Discorso di Gino Strada

Condivido con voi il discorso di Gino Strada in occasione della consegna del Premio Right Livelihood Award il 30 novembre 2015 a Stoccolma, sottolineando ed evidenziando le parti che ritengo più significative.

“Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette ‘mine giocattolo’, piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l’idea che una ‘strategia di guerra’ possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del ‘Paese nemico’. Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo ‘il nemico’? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più ‘conflitti rilevanti’ che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano. Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l’entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri Paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l’inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso. L’origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d’ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell’oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l’esperienza di Emergency. Ogni volta, nei vari conflitti nell’ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l’uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l’idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco. In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale.

Tale speranza ha condotto all’istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell’Onu: «Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole». Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli Stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All’inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei Paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4mila civili in vari Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case. In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia – nella maggior parte dei casi – portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russel-Einstein: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?». È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.

Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla. Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell’apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: «L’orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana».

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione. Possiamo chiamarla ‘utopia’, visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento. Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava ‘utopistica’.

Nel XVII secolo, ‘possedere degli schiavi’ era ritenuto ‘normale’, fisiologico. Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l’abolizione della guerra. Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa. Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.

”Oliver Twist” by Charles Dickens

Oliver Twist è uno dei più celebri romanzi di Charles Dickens che pone l’attenzione su importanti temi sociali riguardanti l’epoca vittoriana in Inghilterra. Questi sono: il lavoro minorile, l’utilizzo di bambini e ragazzi per commettere dei crimini, le condizioni di vita precaria nelle città, la corruzione, l’avidità.

Oliver resta orfano sin dalla nascita e quindi viene affidato alle cure di un orfanotrofio in cui lui e gli gli altri ragazzi subiscono maltrattamenti e vivono di stenti. Successivamente viene scelto per lavorare in un’impresa funebre, in cui, anche lì, viene maltrattato.

«La carne, signora, proprio così. Lei gliene ha data troppa, ha risvegliato in lui una forza di spirito che i poveri non hanno diritto di avere. È già molto che abbiano un corpo. Se lei avesse continuato a nutrirlo solo di farinate, tutto questo non sarebbe accaduto.»

[…] «Oh, misericordia, la generosità è sempre mal ricompensata.»

Per generosità quella nobile anima intendeva la notevole quantità di nauseabondi rifiuti di cucina offerti giornalmente a Oliver, dopo che il cane di casa si era ben guardato dal prenderli in considerazione.

Stufo dei maltrattamenti, fugge verso Londra. Lungo la via incontra un ladruncolo che gli promette di aiutarlo, ma invece lo fa entrare in un banda, controllata da Fagin, un avido ebreo. Dopo essere stato catturato, ingiustamente, in seguito a un furto, viene aiutato dal signor Brownlow, grazie al quale vede una via di fuga da quel mondo marcio, finchè Oliver non viene ritrovato dalla banda.

Oliver viene coinvolto in un furto ai danni di un ricco, ma viene ferito e lasciato indietro in un campo dai compagni malviventi. Appena si risveglia, si dirige a cercare aiuto e ritorna in quella casa, dove riceve aiuto.

I malviventi cercheranno invano di riattrarlo a sé. Oliver, avendo conosciuto un’esistenza migliore, non vuole abbandonarla.

Oltre alle tematiche sopra citate, si possono notare altre questioni descritte da Dickens. Come un continuo parlare di moralismo da parte delle classi più alte, ma i loro comportamenti mostrano tutt’altro, e dando la colpa alle classi inferiori per i mali della società.

«[…] voglio darti un bacio»

[…] «Ripeti quello che hai detto, spudorato! Come osi fare simili proposte? E tu, svergognata, incoraggiarlo in questo modo… baciarsi… incredibile!»

[…] Baciarsi! L’immoralità e la corruzione delle classi inferiori stanno dilagando spaventosamente. Se il Parlamento non si affretta a provvedere, la moralità scomparirà per sempre!»

Senza dimenticare la concezione della donna, sottomessa all’uomo.

«Resterò qui finché mi piace. Quanto a ronfare: stesso discorso. Ronferò, russerò, sbadiglierò, riderò o piangerò quanto e come voglio: fa parte delle mie prerogative personali.»

«Davvero? Le tue prerogative!» […] «Quali sarebbero? »

«Quella di comandare, per prima cosa, come si addice a un uomo.»

«Ah! Quali sarebbero, invece le mie prerogative?» […]

«Quelle di obbedire, naturalmente. […]»

La vita è un gioco, una commedia.

Laura

”Il segreto del mio turbante” by Nadia Ghulam e Agnès Rotger

Questo libro narra la storia (reale) di Nadia Ghulam.

Ci troviamo durante la guerra civile afghana, dagli inizi della presa del potere da parte dei talebani…

 Le donne si lamentavano della scomodità del burqa, che non avevano mai portato prima. Non era ancora obbligatorio, ma molte lo accettarono spontaneamente o, più spesso, per imposizione del marito, visti i pericoli che incombevano sulle donne. I rapimenti e gli stupri erano diventati la norma e, per proteggersi, cominciarono a coprirsi. La mamma iniziò a utilizzare le gonne – alcune davvero corte -, le calze, le magliette a mezze maniche e le giacche che teneva nell’armadio come stracci per le pulizie. Quando usciva si copriva tutta la testa con il foulard che prima usava in modo vezzoso come fascia per i capelli. Nessuno, al di fuori di noi, la rivide più sfoggiare le due lunghe trecce di cui andava tanto orgogliosa.

…al culmine del loro potere…

 […]Dopo, durante il periodo della cosiddetta  pace dei talebani, si aggiunse un’altra terrificante paura: quella delle grida dei condannati per furto quando i talebani tagliavano loro le mani. Lo facevano nelle piazze o nei vecchi campi sportivi, dopo una cerimonia che simulava un processo. […]doveva servire da lezione per gli altri, […]Ma i talebani, che si definivano l’esercito di Dio, applicavano con convinzione la legge dell’occhio per occhio dente per dente.

…e sin dopo la loro caduta.

 […]«Ho sentito che certi arabi hanno fatto cadere delle torri molto alte in America, e che è morta molta gente.» […]Ignoravo del tutto cosa fosse al-Qaeda, non avevano mai sentito nominare Bin Laden e non avevamo alcuna opinione in merito alla politica internazionale, […]Non eravamo consapevoli della dimensione del conflitto, e non sospettavamo nemmeno lontanamente che avrebbe avuto conseguenze dirette su di noi. Cosa avevamo a che vedere, noi, con quel pasticcio tra un ricco arabo e gli Stati Uniti? Le settimane seguenti, cominciamo a sentire che gli Stati Uniti parlavano di restituirci la libertà, e che i talebani facevano gli spavaldi ma erano nervosi. […] I talebani lasciavano il governo […]E questo parve significare che, da un giorno all’altro, eravamo liberi.

Una serie di eventi ha cambiato la vita a Nadia. Dapprima una bomba che è caduta a casa della sua famiglia, e più precisamente nella stanza in cui lei si trovava (miracolosamente è sopravvissuta). In seguito la morte di suo fratello Zelmai, che ha portato suo padre alla pazzia e ciò l’ha spinta a travestirsi da ragazzo…

 Per cominciare dovevo staccarmi dalle gonne della mamma e imparare ad affrontare il mondo da sola. Dovevo crearmi una corazza, la più resistente possibile, e sopprimerei miei modi femminili. Non potevo pretendere di parlare con la voce di un ragazzo, ma la impostavo per renderla più grave, e soprattutto cambia il tono con uno più imperativo, che mi sembrava più maschile. Con il tempo imparai ad agire in modo brusco e rude. Scoprii di avere una lingua temibile e minacciavo senza esitare chiunque mi offendesse; ero capace addirittura di attaccare. Non potevo battermi in un corpo a corpo con nessuno, ma ero veloce nel lancio delle pietre. Si capiva che incutevo paura: ne ero sollevata.

[…] Fu così che mi tenni il nome di mio fratello. E, senza esserne consapevole, uccisi Nadia per far rivivere Zelmai al posto suo.

…per poter lavorare e mantenere la sua famiglia, perché le donne, con i talebani, non potevano più lavorare.

 «Cos’hai, Soraya? Non sei felice che sia tornata la pace?» «[…] me ne dovrò andare. I talebani non vogliono che noi donne lavoriamo». […] Ben presto si seppe che non solo avrebbero vietato alle donne di lavorare, ma anche che i medici uomini curassero le donne. […] «Dicono che è obbligatorio per le donne andare in giro con il burqa e che gli uomini devono portare la barba lunga.» «Dicono che è vietato alle donne fare rumore quando camminano e ridere in pubblico.» «Dicono che sono proibiti la musica, il ballo e i film.» All’inizio, le donne accolsero quelle leggi come un male minore, a fronte dei grandi vantaggi garantiti dalla sicurezza. […] Credevamo che qualsiasi cosa fosse meglio del terrore della guerra, ma non potevamo sospettare quanto sarebbe stato alto il prezzo che avremmo dovuto pagare.

Nadia è una ragazza molto determinata, lo dimostra il fatto che si sia travestita da ragazzo, ma anche quanto impegno ci metta per imparare a leggere e a scrivere.

 Tutti noi ragazzi eravamo costretti ad assistere alle lezioni di religione nella moschea, che allora era la cosa più simile alla scuola. La maggior parte usciva così come ci era entrata: al massimo avevano imparato un po’ a leggere il Corano senza capirlo e senza farci domande. Ma io avevo una gran voglia di imparare. (durante il governo dei talebani)

 Fu così che un giorno scrissi: «Quattro chili di yogurt», la mia prima frase. Mi parve di aver fatto un passo gigantesco verso la libertà.

Alla fine, grazie all’aiuto di associazioni, riesce a uscire dal Paese e stabilirsi in Spagna.

È un libro che consiglio assolutamente, ti fa immergere in questa cultura lontana dalla nostra e capire meglio la vita delle persone che hanno vissuto e vivono in Afghanistan.

Laura

 

”Vampirus” by Scott Westerfeld

Finalmente mi sono decisa a scrivere di questo libro, Vampirus. Di che cosa potrà mai parlare? Mmm… chissà! Forse di vampiri?! Risposta esatta! (Difficile da indovinare, vero?) Quindi potrete pensare “ancora vampiri?”, ebbene sì! Ma il come sono descritti, a mio parere, è una genialata. Non sono creature che luccicano o che bruciano al sole, sono illustrati come persone, diciamo, malate (con una forza un po’ sovrannaturale e sensi maggiormente sviluppati) a causa di un parassita che non si trasmette tramite morsi ma attraverso baci e l’atto sessuale. Furbo il parassita, no? Una fame sessuale che non si ferma mai, ciò che prova costantemente il protagonista, Cal, che, però, è un portatore sano. Che dire del mito riguardo al fatto che i vampiri abbiano paura delle croci? C’è una spiegazione anche per questo: effetto anatema.

Pare che sia facile trasformare l’amore in odio. Il termine per questo processo è ”effetto anatema”.

L’effetto anatema è quel meccanismo per cui una cosa tanto amata diventa odiata una volta contagiati dal parassita. Quindi se si era tanto religiosi, si temeranno le croci, ma ciò accade anche per un grande amore nei confronti di Elvis Presley, ecc.

Il libro è suddiviso in un’alternanza di capitoli in cui si parla propriamente delle storia e quelli in cui si parla in ognuno di un parassita diverso, in modo semplice e divertente, tra l’altro mostrando come ciascun parassita, a suo modo, sia furbo.

La scrittura è molto fluida, scorrevole ed ironica – di certo non è noioso.

Studiando biologia, consideravo il ”libero arbitrio” un insieme di sostanze chimiche nel cervello che ti dicono cosa fare, con le molecole che rimbalzano in modo da indurti a pensare che sia una tua scelta quando invece è la danza di piccoli motori: neuroni e ormoni in ebollizione che fabbricano decisioni. Non siamo noi che usiamo il nostro corpo; è lui che usa noi.

Ve lo consiglio 😉

Laura

I pescatori dell’Amazzonia

Tra i brulli pascoli della savana del cerrado e la foresta tropicale del Brasile occidentale si estende la valle del fiume Juruena, terra natale degli Enawene Nawe.

Il governo dello stato del Mato Grosso sta costruendo una serie di dighe idroelettriche a monte del loro territorio.

Le dighe minacciano la foresta degli Enawene Nawe, il pesce di cui si nutrono e lo Yãkwa , il loro rituale sacro. Le prime impressioni, raccolte nell’aprile 2012, fanno pensare che anche quest’anno le riserve di pesce della tribù potrebbero scarseggiare, così come è accaduto per la prima volta nel 2009.

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Alle prime luci dell’alba, gli uomini Enawene Nawe si riuniscono davanti alla haiti: la casa dei flauti sacri.

Sono ritornati da poco dagli accampamenti nella foresta per celebrare la cerimonia di pesca più importante dell’anno: il banchetto dello Yãkwa.

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Gli Enawene Nawe sono una delle pochissime tribù al mondo a non mangiare carni rosse.

Sono pescatori esperti. Nella stagione secca prendono il pesce usando un veleno chiamato timbó, prodotto dal succo di una vite legnosa.

Battono fasci di vite sull’acqua, per far uscire il veleno che asfissia i pesci fino a farli galleggiare in superficie.

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Nella stagione umida, quando le colline della Serra de Norte sono avvolte dalle nubi, inizia il più lungo rituale dell’Amazzonia.

Lo Yãkwa dura quattro mesi, serve a mantenere l’armonia nel mondo e consiste in uno scambio rituale di cibo tra gli Enawene Nawe e gliyakairiti, gli spiriti sotterranei proprietari del pesce e del sale.

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All’inizio dello Yãkwa, gli Enawene Nawe costruiscono le waitiwina (dighe) sull’ Adowina (il fiume Rio Preto).

Gli sbarramenti sono costruiti con un sapiente intreccio di tronchi, tra i quali gli Indiani infilano decine di nasse di forma conica. Per legare la struttura usano viti e cortecce.

L’Adowina è un fiume adatto alle waitiwina, ha detto un uomo Enawene Nawe. Gli alberi sono alti e la terra è buona.

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L’acqua risucchiata dalle nasse scorre poi via, lasciando intrappolati i pesci diretti a valle dopo la fase di riproduzione presso le sorgenti del fiume.

Il Ministero della Cultura brasiliano ha riconosciuto lo Yãkwa come patrimonio culturale del paese.

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I pesci sono accumulati in piccole ceste di foglie di palma intrecciate e affumicati in capanne speciali. Alla fine, vengono trasportati al villaggio con le canoe.

Terminato lo Yãkwa le dighe vengono distrutte per permettere ai pesci di risalire liberamente la corrente e continuare a riprodursi.

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Durante il lauto banchetto, gli Enawene Nawe scambiano sale, manioca e miele con gli spiriti yakairiti.

Gli uomini si cingono i fianchi con fibre di palma e adornano le loro collane con piume di ara rossa, hocco e falco.

Si muovono in cerchio, a piccoli passi, e cantano accompagnati dai suoni profondi dei flauti di bambù.

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L’UNESCO ha recentemente richiamato l’attenzione sulla urgenza di salvaguardare lo Yãkwa, definendolo patrimonio culturale d’incalcolabile valore.

Negli ultimi anni, tuttavia, la tribù ha fatto fatica a praticare il rituale a causa della diminuzione della popolazione ittica, dovuta alla deforestazione e alla costruzione di una diga idroelettrica.

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La situazione è diventata molto seria nel 2009, quando una società costruttrice si è trovata costretta ad acquistare tremila chili di pesce d’allevamento per assicurare la sopravvivenza della tribù.

Quando ero piccolo, andavo sempre alle dighe insieme a mio padre, dice Kawari, un anziano Enawene Nawe.

Noi lasciamo che il pesce risalga fino alla sorgente per deporre le uova. Ma se verranno costruite le dighe idroelettriche, le uova scompariranno e il pesce morirà.

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La tribù non ha dato il suo consenso né alla costruzione di impianti idroelettrici – come la diga Telegrafica fotografata qui sopra – né alla deforestazione delle loro terre da parte degli allevatori.

È un’amara ironia ha commentato il direttore generale di Survival, Stephen Corry, che ora che lo Yãkwa è stato riconosciuto come patrimonio culturale del Brasile, possa rapidamente scomparire.

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Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.

Non sapevamo nulla della deforestazione.

Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.

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Gli Enawene Nawe stanno lottando perché l’area del Rio Preto sia riconosciuta come proprietà della tribù e perché gli allevatori siano espulsi dall’area.

Il Rio Preto è essenziale per la nostra sopravvivenza. Perché gli allevatori dicono che è loro?

Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto? No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.

E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.

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La mia conoscenza è antica. So queste cose da molto tempo.

Non ho conosciuto l’Adowina recentemente, ma tantissimo tempo fa.

Non sono nato da poco.

Kawari, anziano Enawene Nawe.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/yakwa#1

I Nenet della Siberia

Recentemente, dal suolo ghiacciato del nordovest della Siberia è tornato alla luce un cucciolo di mammut. Il permagelo artico si sta sciogliendo e le industrie si stanno muovono verso la regione, per sfruttarne la ricchezza di petrolio e gas.

Lo stile di vita nomade degli allevatori di renne del paese, i Nenet, è minacciato sia dai cambiamenti climatici sia dall’estrazione di queste risorse.

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Penisola di Yamal: una striscia di torbiera che si estende dalla Siberia settentrionale fino al mare di Kara, molto al di sopra del Circolo Polare Artico. A est si trovano le acque poco profonde del Golfo di Ob; ad ovest, la Baia di Baydaratskaya, rivestita di ghiaccio per la maggior parte dell’anno.

Nella lingua degli indigeni Nenet, yamal significa la fine del mondo; è un luogo remoto battuto dal vento, ricoperto di permagelo, fiumi serpeggianti e arbusti nani, ed è la patria dei pastori di renne Nenet da oltre mille anni.

Oggi lo stile di vita nomade dei Nenet è minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici, che rendono la tundra sempre più imprevedibile, e dalla scoperta che la penisola contiene la riserva di gas più grande del pianeta.

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I pastori Nenet si muovono con le loro renne secondo i ritmi delle stagioni, seguendo antiche rotte di migrazione artiche.

In inverno, quando le temperature possono scendere fino a -50°C, la maggior parte dei Nenet fa pascolare le renne su muschi e licheni delle foreste meridionali, o nella taiga. Nei mesi estivi, quando il sole di mezzanotte trasforma la notte in giorno, si lasciano alle spalle larici e salici per migrare al nord.

Quando raggiungono la tundra desolata delle rive del mare di Kara, dopo aver attraversato le acque ghiacciate del fiume Ob, hanno ormai percorso fino a 1.000 chilometri.

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Oggi, le infrastrutture realizzate per l’estrazione delle risorse stanno ostacolando le rotte di migrazione; per le renne è difficile attraversare le strade e, secondo i Nenet, l’inquinamento sta minacciando la qualità dei pascoli.

I preparativi per il Megaprogetto Yamal (un progetto a lungo termine per lo sfruttamento del gas della penisola sviluppato dalla società russa Gazprom) sono iniziati negli anni ’90. Nel maggio 2012, uscirà la prima fornitura di gas dal vasto giacimento di Bovanenkovo. Ogni anno, miliardi di metri cubi saranno convogliati verso l’Europa occidentale.

Quello che accade alla terra è molto importante per noi, ha raccontato recentemente il pastore nenet Sergei Hudi a Survival International.Abbiamo paura che con tutte queste nuove industrie non saremo più in grado di migrare. E se non potremo più migrare, il nostro popolo potrebbe scomparire del tutto.

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Sotto Stalin, le comunità Nenet furono divise in gruppi chiamati brigate e costrette a vivere in villaggi e comuni agricole dette kolkoz. Ogni brigata era obbligata a pagare le tasse sottoforma di carne di renna.

I bambini furono separati dalle loro famiglie e inviati in scuole gestite dal governo dove gli era vietato parlare la propria lingua.

Con il crollo del comunismo, i giovani adulti cominciarono a lasciare i villaggi per dirigersi nelle città. Il fenomeno continua ancora oggi, ma la maggior parte non riesce ad adattarsi a una vita separata dai cicli naturali della tundra. Per questo, in molti soffrono tassi molto alti di alcolismo, disoccupazione e problemi di salute mentale.

Per i Nenet rimasti ancora oggi nomadi, le loro terre e i branchi di renne rimangono di vitale importanza per l’identità collettiva. La terra è tutto per noi. Tutto. ha dichiarato Sergei Hudi.

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Le renne sono la nostra casa, il nostro cibo, il nostro riscaldamento e il nostro mezzo di trasporto, ha raccontato a Survival Sergei Hudi.

I cappotti dei Nenet sono fatti di pelle di renna, con il pelo all’interno, e sono cuciti con i nervi dell’animale. I lazo sono ricavati dai tendini delle renne; gli utensili e alcune parti delle slitte sono di osso. I rivestimenti delle tende coniche – dette choom o mya – sono anch’essi di pelo di renna steso su pesanti pali.

Ogni Nenet ha una sua renna sacra, che non deve mai essere utilizzata per il traino o mangiata fino a quando non è più in grado di camminare.

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La carne di renna è la parte più importante della dieta dei Nenet. Viene mangiata cruda, congelata o bollita, insieme al sangue di una renna appena macellata, ricco di vitamine.

I Nenet amano anche il pesce, in particolare il salmone bianco e il muksum, un pesce bianco argentato, e durante i mesi estivi raccolgono mirtilli palustri.

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Una famiglia nenet si mette in marcia sotto un plumbeo cielo grigio. Le donne caricano le slitte per trasportare i loro averi.

Di notte le slitte vengono disposte a semicerchio attorno al choom.

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Oggi, oleodotti, torri di trivellazione e strade asfaltate stanno trasformando il volto della tundra. Agli inizi del 2011 è stata inaugurata la linea ferroviaria più a nord del mondo, la Obskaya-Bovanenkovo, lunga più di 520 chilometri.

Chiediamo che le compagnie tengano in considerazione le nostre prospettive quando fanno le prospezioni ha dichiarato Sergei Hudi. Ed è importante che i gasdotti non interferiscano con la nostra possibilità di far pascolare le renne.

Sophie Grig, ricercatrice di Survival International, sottolinea che il sito web della Gazprom definisce la Penisola di Yamal come ‘una regione cuscinetto d’importanza strategica per il petrolio e il gas della Russia’. In questa descrizione è riassunta tutta la visione che la società ha della terra ancestrale dei Nenet.

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Pochi anni fa, un pastore Nenet ha scoperto i resti perfettamente conservati di un cucciolo di mammut di sei mesi, seppellito nel permagelo della penisola di Yamal. Si ritiene che sia morto 42.000 anni fa.

Ma l’Artico oggi sta cambiando velocemente. Con l’innalzamento delle temperature, il permagelo della tundra si scioglie, rilasciando nell’atmosfera anidride carbonica e metano – ovvero gas serra.

Poiché il ghiaccio si scioglie prima del solito in primavera e si ricongela molto più tardi in autunno, i pastori sono stati costretti a cambiare rotte di migrazione antiche di secoli perchè le renne fanno fatica a camminare sulla tundra in assenza di neve. L’innalzamento delle temperature influisce anche sulla vegetazione della tundra, unica fonte di cibo dei branchi.

Gli scienziati temono che dal permagelo si possano liberare miliardi di tonnellate di gas metano, provocando una drammatica accelerazione nel processo di riscaldamento del globo.

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Con lo scioglimento del permagelo alcuni laghi d’acqua dolce della tundra si sono seccati, provocando una diminuzione delle riserve di pesce dei Nenet.

Poiché si sta sciogliendo anche il ghiaccio attorno alla penisola, l’oceano si sta aprendo al traffico marittimo. Le rotte marittime dell’Artico sono potenziali vie di comunicazione per il commercio tra Asia, Europa e Nord America. Nel 2011, il Passaggio a nord-est è stato solcato dalla nave cisterna Vladimir Tikhonov, la più grande cha abbia mai navigato in quel mare.

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I Nenet hanno resistito al colonialismo, alla guerra civile, alla rivoluzione e al comunismo forzato. Oggi, il loro stile di vita si ritrova di nuovo sotto grave minaccia.

Per sopravvivere come popolo, i Nenet hanno bisogno di avere libero accesso ai loro pascoli e a un ambiente incontaminato dai rifiuti industriali.

Il popolo dei Nenet ha vissuto e ha amministrato la fragile ecologia della tundra per centinaia di anni ha dichiarato Sophie Grig di Survival International. Sulla sua terra non dovrebbe essere implementato nessun progetto di sviluppo che non abbia il suo pieno consenso, e gli deve essere riconosciuto un equo risarcimento per i danni subiti.

Tra nazioni e aziende che bramano ad accaparrarsi pezzi di Artico, scienziati che si affannano a studiare i mutamenti ambientali e Gazprom che ha annunciato l’entrata in produzioni di nuovi giacimenti di gas nel 2019, le preoccupazioni dei Nenet sono sempre più urgenti.

Per i Nenet la tundra è la casa, e le renne sono la vita stessa. Le renne sono la nostra vita e il nostro futuro ha detto una donna nenet.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da  http://www.survival.it/galleria/nenet#1

I pastori Sami della Norvegia

I Sami sono i pastori di renne indigeni di Sápmi, un’area di terra che si estende lungo la Scandinavia artica e sub-artica (Norvegia, Finlandia, Svezia e Russia).

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Norvegia settentrionale, autunno: le renne si radunano tra le betulle dell’isola di Arnøy, sopra il Circolo Polare Artico.

Si dice che gli antenati dei Sami siano arrivati nella regione appena dopo la fine dell’Era glaciale, circa novemila anni fa.

Durante i mesi estivi, i pastori Sami stringono in cerchio le loro renne sulle vette delle montagne di Arnøy, e le preparano alla migrazione verso le pianure della tundra.

Durante i mesi invernali, lo strato di neve della tundra è sottile, e quindi il muschio di cui si cibano le renne si trova facilmente.

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Per raggiungere la terraferma, il branco deve nuotare nel fiordo di Kågsundet. Prima della traversata, il branco viene chiuso in un recinto, per legare i piccoli alle loro madri.

Tradizionalmente i Sami erano nomadi o semi-nomadi; il loro stile di vita è legato strettamente all’allevamento delle renne, alla caccia e alla pesca. Come molti popoli indigeni, recentemente i pastori di renne Sami hanno perso larghe porzioni delle terre da pascolo a causa di dighe, miniere, turismo e altri progetti di “sviluppo”.

Oggi, solo una minoranza continua a migrare stagionalmente. Molti pastori si aiutano con motoslitte e barche, dice Sophie Grig, campaigner di Survival International. Ma le loro terre e le renne rimangono centrali per la loro identità.

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Un segno a penna aiuta gli allevatori a identificare i proprietari degli animali più giovani; in seguito, vengono eseguite la marchiatura delle orecchie, i controlli medici e le vaccinazioni.

La marchiatura deve avvenire prima che il branco attraversi a nuoto il fiume; quando raggiungono la terra ferma, infatti, molti cuccioli si sono già separati dalle rispettive madri.

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Il branco può contare dai 3.000 ai 5.000 individui; ci vuole un’intera settimana per far nuotare tutte le renne tra Arnøy e Kågen.

La migrazione avviene per passi successivi: in quest’immagine si vede la “testa” del branco entrare nel fiordo.

Per noi la renna non è solo un animale… Rappresenta un intero modo di vivere, dice un pastore Sami.

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Una piccola barca segue il branco pronta ad assistere i piccoli che non hanno la forza di nuotare per tutta la distanza.

Una volta i pastori usavano ogni singola parte della renna; le corna per i bottoni, il sangue per produrre insaccati e la pelle per le scarpe da neve, che venivano poi imbottite con un’erba carice che contribuiva a tenere più caldi i piedi.

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I Sami considerano la traversata del fiordo, lunga 3 chilometri, come la parte più pericolosa della migrazione del branco.

Se un piccolo nuota nella direzione sbagliata, l’intero branco rischia di seguirlo.

Per completare la traversata occorre all’incirca mezzora.

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Un centinaio di zoccoli si fanno largo attraverso le acque gelate del fiordo, con le scure montagne di Uløya che si stagliano all’orizzonte.

La storia dei Sami è la storia dell’adattamento dell’uomo al clima e alla natura dell’Artico, dice Lars-Anders Baer, allevatore e Presidente del Parlamento dei Sami in Svezia. Secondo i Sami, uomo e natura sono una cosa unica e inscindibile.

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Il branco rimane sulla terraferma fino alla fine di aprile o all’inizio di maggio, quando la migrazione si ripete in senso opposto, e la vegetazione dell’altopiano può riposare.

Una volta tornate sull’isola di Arnøy, le renne si nutrono di funghi, foglie ed erba.

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Berit Logje Siri osserva le renne mentre attraversano il fiordo.

L’industrializzazione del Sápmi, l’assimilazione dei Sami e lo scarso riconoscimento da parte del governo norvegese dei diritti territoriali dei Sami hanno avuto un impatto enorme sui branchi.

Per molti allevatori Sami, tuttavia, il tempo è scandito ancora oggi dalle migrazioni stagionali delle loro renne.

La mia gente vive con le renne da millenni, spiega un allevatore Sami. Siamo strettamente interconnessi. Si può dire che le nostre anime si toccano, o meglio ancora, che sono una cosa sola.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/renne#1

I custodi delle foreste

Lei respira, anche se non te ne accorgi, dice Davi Kopenawa Yanomami a proposito della casa del suo popolo, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana.

I popoli tribali hanno vissuto in equilibrio con le loro foreste per millenni. Ne sono i custodi originari – e ancora oggi i migliori.

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‘Amiamo la foresta come amiamo i nostri corpi,’ afferma il popolo dei “Pigmei” che vive nelle fitte foreste dell’Africa centrale e occidentale.

Ogni gruppo – i Twa, gli Aka, i Ba’Aka e i Mbuti – è un popolo distinto, dotato di una sua lingua, ma tutti hanno una parola che li accomuna:jengi, ovvero spirito della foresta.

I “Pigmei” si arrampicano su alberi altissimi alla ricerca di miele e sanno imitare gli animali così bene da riprodurre perfettamente il verso di un’antilope in difficoltà per indurne un’altra a uscire dal sottobosco.

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Nel corso degli ultimi anni, la terra natale dei “Pigmei” è stata devastata dal taglio del legname, dalla guerra e dall’invasione degli agricoltori.

Molti progetti di conservazione finalizzati alla creazione di riserve naturali negano i diritti territoriali dei popoli tribali, che sono sfrattati e confinati ai margini delle loro terre. I “Pigmei” Batwa sono stati allontanati con la forza dalla foresta ugandese di Brindi con il pretesto di proteggere i gorilla di montagna.

L’estromissione dei popoli indigeni dalle zone protette è una variante del furto di terra e si sta rapidamente configurando come uno dei problemi più grandi cui i popoli indigeni si devono confrontare oggi, ha dichiarato Stephen Corry di Survival International.

I miei antenati sono vissuti tutti su queste terre, spiega un uomo Batwa. A causa degli sfratti, oggi siamo tutti dispersi.

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Cacciatori Penan nell’antica foresta pluviale del Sarawak, nel Borneo – una delle foreste biologicamente più ricche della terra.

I Penan hanno vissuto a lungo in armonia con le loro foreste e i suoi grandi alberi, con le orchidee rare e i fiumi impetuosi.

Fino agli anni ’60, tutti i Penan vivevano come nomadi, spostando di frequente i loro accampamenti in cerca di cinghiali e seguendo i cicli di maturazione degli alberi da frutto e della palma da sago selvatica.

Oggi, la maggior parte dei 10-12.000 Penan sopravvissuti è sedentarizzata in comunità sulle rive dei corsi d’acqua, anche se alcuni conducono ancora una vita largamente nomade.

La terra è sacra, dicono. Appartiene ai tanti che sono morti, a color che vivono oggi e alle moltitudini che devono ancora nascere.

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I Penan chiamano la foresta okoo bu’un; il luogo delle loro origini.

Le foreste pluviali dei Penan sono state disboscate a partire dai primi anni ’70 per aprire le porte al taglio del legname, a piantagioni di palma da olio, gasdotti e dighe idroelettriche, spiega Sophie Grig di Survival International

Le vallate dalle pareti scoscese che un tempo risuonavano del canto degli uccelli, oggi rimbombano del frastuono dei camion e degli alberi che cadono.

Le strade ricoperte di segatura rossastra conducono i bulldozer nelle profondità della foresta.

È duro per noi guardare la terra rossa, dicono i Penan.

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Per i conquistatori, i coloni e le imprese, l’Amazzonia – la foresta pluviale più grande del mondo – è sempre stata sinonimo di potere e guadagno.

Per 1 milione di Indiani significa semplicemente casa.

Noi Indiani siamo nati qui, noi viviamo, lavoriamo e moriremo qui, ha dichiarato un Indiano Harakmbut del Perù.

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Dalla profondità di una delle regioni più remote dell’Amazzonia brasiliana, un gruppo di Indiani incontattati osserva un aeroplano.

Nel mondo vivono oltre 100 tribù incontattate: popoli che non hanno contatti pacifici con nessun altro.

Di loro sappiamo molto poco. Ma una cosa è certa: vogliono essere lasciati soli! È una loro scelta – e un loro diritto.

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Conosciamo bene la nostra foresta, dice Davi Kopenawa. E non potrebbe essere diversamente: il popolo degli Yanomami vi ha vissuto per migliaia di anni.

La loro conoscenza botanica è straordinaria. Le fionde dei bambini sono fatte di spago di Yucca filamentosa, per le aste delle frecce usano gli steli dell’Erba della Pampa ed estraggono il sale dalle ceneri del grande albero Taurari.

Gli Yanomami pensano e parlano con lo spirito della foresta, dice Davi.

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Negli ultimi decenni gli Yanomami hanno sofferto profondamente.

Negli anni ’80, più di 1.000 cercatori d’oro invasero il loro territorio provocando la morte di circa un quinto della popolazione, infettata dal morbillo e altre malattie verso cui non aveva difese immunitarie.

La campagna condotta da Survival International portò alla creazione del Parco Yanomami nel 1992. Tuttavia, le minacce persistono. Nella foresta ci sono ancora gruppi di cercatori d’oro illegali e gli allevatori di bestiame stanno deforestando il margine occidentale della loro terra,spiega Fiona Watson di Survival International.

Non potete sradicarci e spostarci in un’altra terra, afferma Davi Kopenawa. Noi non esistiamo fuori dalla foresta. Noi le apparteniamo.

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Nel cuore del Brasile meridionale, nello stato del Mato Grosso do Sul, i bambini Enawene Nawe si tuffano in un fiume ricco di tannini.

Gli Enawene Nawe sono abili pescatori; gli uomini trascorrono fino a quattro mesi nel cuore della foresta, per affumicare il pesce catturato con intricate dighe di legno e poi mandarlo al villaggio in canoa.

Tutta questa terra appartiene agli yakairiti, che sono i proprietari delle risorse naturali, dicono.

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Era bello qui, ricorda un uomo Enawene Nawe.

La diga Telegráfica è una delle tante in costruzione sul fiume Juruena. Sta uccidendo il pesce da cui dipende la sopravvivenza degli Enawene Nawe.

La tribù non è stata consultata sul progetto.

Se esaurirete tutta la terra e il pesce, gli yakairiti si vendicheranno e uccideranno gli Enawene Nawe, ammonisce un uomo della comunità.

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Un uomo Guarani sta ritto lungo una strada polverosa, le braccia distese e un sonaglio mbaraka nella mano sinistra.

La deforestazione del Mato Grosso do Sul ha costretto molti Guarani – i proprietari originari della foresta – a vivere ammassati in minuscoli appezzamenti di terra.

Sono andati perduti quasi tutti gli orti dove piantavano manioca e granoturco; e hanno perso la libertà di cacciare selvaggina. Sono circondati da allevamenti di bestiame, campi di soia e piantagioni di canna da zucchero.

La perdita della terra ha avuto un profondo impatto sul popolo guarani. Siamo spiritualmente svuotati, dice un uomo.

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In tutto il mondo, i popoli tribali delle foreste pensano che le loro case richiedano molto più rispetto.

Ma le foreste continuano ad essere sfregiate, abbattute e scavate alla ricerca di minerali preziosi.

Mentre gli alberi cadono e si alzano nuvole di fumo, le comunità indigene vengono illegalmente sfrattate dalle loro terre natali.

Uno dei modi più semplici di preservare le foreste pluviali del mondo è di garantire i diritti dei popoli tribali che vi vivono.

Noi, i popoli indigeni, non abbiamo dimenticato che l’uomo è parte della natura, dichiara Davi Kopenawa. Se feriamo la natura, feriamo anche noi stessi. Noi sappiamo come proteggere le foreste. Restituitecele prima che muoiano.

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Gli alberi hanno un significato e uno scopo speciale per tutti gli esseri viventi.
In cambio, chiedono di essere trattati con gentilezza e rispetto.
Ci dimenticheremo della gentilezza che loro hanno usato nei nostri confronti?
Ignoreremo il rispetto che è loro dovuto?
Raderemo al suolo, nel senso quasi letterale del termine, la lealtà che ci dimostrano?

Mike Koostachin, Cree, Canada.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/popoli-delle-foreste#1

Siamo qui per i nostri figli

In ogni continente, dalle verdi profondità del bacino amazzonico fino alle distese ghiacciate della tundra artica, le comunità tribali trasmettono ai loro bambini le abilità e i valori che hanno garantito la sopravvivenza dei loro popoli per generazioni.

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In Malesia, i bambini Penan aiutano a costruire le abitazioni utilizzando alberi giovani e foglie di palma gigante; sotto la superficie azzurro-verde del mare delle Andamane, i bambini Moken imparano a catturare dugonghi, granchi e cetrioli di mare con lunghe fiocine; in Mongolia, i bambini Tsaatan apprendono le antiche tecniche di pascolo dai loro genitori radunando le renne nelle praterie.

I bambini indigeni sono gli eredi dei loro territori, di lingue e visioni del mondo uniche; sono i depositari umani della conoscenza degli antenati. Crescono in comunità dove la solidarietà di gruppo è cruciale per la sopravvivenza, e gli viene quindi insegnato che l’esperienza della vita riguarda la sfera del “noi”, non quella dell’“io”, e che può perpetuarsi solo mantenendo l’equilibrio con la natura, senza distruggerla.

Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, molti bambini tribali hanno sperimentato espropriazioni, malattie e disperazione dovute al furto della loro terra, all’assimilazione forzata nella società dominante e a progetti di “sviluppo” devastanti. Se le loro terre natali continueranno a essere minacciate da distruttive forze esterne; se non saremo in grado di garantire più rispetto ai loro valori e ai loro stili di vita, l’infanzia dei bambini indigeni sarà traumatica e il loro futuro incerto.

Non siamo qui per noi stessi, ha dichiarato Roy Sesana, un Boscimane Gana del Botswana. Siamo qui per i nostri figli, e per i figli dei nostri nipoti.

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Sono cresciuto come un cacciatore, dice Roy Sesana. Non so leggere i libri. Ma so come leggere la terra e gli animali. Tutti i nostri bambini sanno farlo.

I Boscimani sono gli abitanti originari dell’Africa meridionale. Nel corso di migliaia di anni, hanno sviluppato tecniche di caccia efficaci che hanno permesso loro di soddisfare tutti i bisogni della comunità senza distruggere l’ambiente circostante.

I bambini si allenano a cacciare ratti e piccoli uccelli con arco e frecce in miniatura e imparano a catturare le lepri e a fabbricare coperte con pelli d’antilope. Dai cinque anni in su, le bambine aiutano le madri a raccogliere piante, bacche e tuberi. Ai bambini insegnano a crescere coraggiosi e umili allo stesso tempo, ad ammirare la generosità e detestare l’egoismo.

Oggi, tuttavia, dopo gli sfratti forzati dai loro territori ancestrali, dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR), molti bambini boscimani vivono in squallidi campi di reinsediamento, da loro stessi descritti come “luoghi di morte”. Nei campi dilaga l’AIDS e l’impossibilità di praticare la caccia e celebrare gli antichi rituali ha alimentato depressione e alcolismo. Ci sentiamo come briciole di spazzatura gettate nel bidone dell’immondiziaspiega un Boscimane.

Se ai Boscimani non sarà permesso di tornare al più presto a casa, i loro figli non erediteranno lo straordinario stile di vita dei loro bisnonni, bensì dipendenza, disperazione e cattiva salute. Un passo importante verso il loro completo ritorno alle terre ancestrali è stato compiuto di recente, quando alcuni Boscimani hanno potuto attingere nuovamente acqua dal pozzo di Mothomelo, sigillato dalle autorità nel 2002

Nella foto: ragazzi Boscimani.

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I Moken vivono nell’arcipelago di Mergui, nel mare delle Andamane.

Come altri bambini tribali, i giovani Moken imparano a “leggere” la natura attraverso l’esperienza e l’osservazione. Immergendosi sin da piccoli alla ricerca di cibo sul fondo del mare, hanno sviluppato la capacità unica di mettere a fuoco sott’acqua. “I Moken nascono, vivono e muoiono sulle loro barche, e il cordone ombelicale dei loro figli si tuffa nel mare” racconta un mito moken. Un altro suggerisce che i bambini Moken imparano a nuotare molto prima che a camminare.

Il numero dei Moken semi-nomadi è diminuito negli ultimi anni a causa delle disposizioni politiche del post-tsunami, a causa delle compagnie che effettuano prospezioni petrolifere al largo delle coste e dei governi che si spartiscono le loro terre per promuovere il turismo e la pesca industriale. Molti non hanno avuto altra scelta se non quella di stabilirsi in villaggi stanziali nell’entroterra. La perdita dei tradizionali stili di vita rende sempre più difficile per gli adulti trasmettere ai figli rituali e abilità secolari.

Questa generazione non sa più come costruire le barche, dice Hook Suriyan Katale, un uomo Moken delle isole Surin, parlando della “kabang”, la barca di legno dei Moken. Oggi sono rimaste solo tre o quattro persone a conoscere l’antica arte.

Nella foto: bambini Moken nelle isole Surin, Tailandia.

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In Etiopia, sotto un cielo plumbeo, tra i prati e gli alberi spinosi della Valle dell’Omo, un ragazzo della tribù dei Bodi trasporta la sua capra.

Le tribù che vivono lungo il tratto inferiore del fiume Omo hanno sviluppato tecniche agricole sofisticate, perfettamente adattate ai cicli naturali delle piene del fiume. Utilizzano il fertile humus che si deposita sulle rive quando le acque si ritirano per crescervi una grande varietà di colture. Le bambine aiutano a coltivare alimenti di base come sorgo, mais e zucche, mentre i maschi si occupano sin da piccoli del bestiame, e dedicano poemi alle loro mucche preferite.

Il fiume che garantisce loro la sopravvivenza è oggi minacciato da progetti di sviluppo varati dal governo, tra cui quella che potrebbe diventare la più alta diga idroelettrica dell’Africa, destinata a privare le tribù delle esondazioni che fanno crescere i loro raccolti.

La gente ha fame, ha detto un uomo della tribù dei Mursi. Non si sente cantare oggi. I bambini sono silenziosi.

Nella foto: un ragazzo Bodi, Etiopia.

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All’epoca mia madre mi portava sempre con sè nella foresta a pescare con il timbó e a cercare granchi e frutti selvatici racconta Davi Kopenawa, portavoce degli Yanomami del Brasile. È così che sono cresciuto.

I ragazzi yanomami imparano a “leggere” le orme degli animali, a usare la linfa delle piante come veleno e ad arrampicarsi sugli alberi legando insieme i piedi con liane di vite; le ragazze aiutano le madri a coltivare manioca negli orti, a trasportare acqua dai fiumi e a cucinare nello “yano” comunitario. A tutti i bambini insegnano che condividere è un principio fondamentale della vita sociale e le decisioni comunitarie sono prese per consenso.

Oggi, centinaia di cercatori d’oro stanno lavorando illegalmente nella terra yanomami, diffondendo la malaria e inquinando i fiumi e la foresta con il mercurio. Davi Kopenwa sta combattendo per i diritti del suo popolo; la sua speranza è quella che i bambini yanomami possano crescere immuni da malattie esterne, in una foresta libera dall’inquinamento industriale

Voglio che possano vedere le stelle, ma non attraverso lo smog industriale, ha dichiarato. Voglio che possano bere l’acqua dei torrenti senza rischiare di ammalarsi e che al mattino si risveglino col canto del piha invece che con il rumore delle pompe dei motori dei minatori.

Nella foto: ragazzo Yanomami.

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La foresta pluviale del Sarawak è una delle più ricche in biodiversità di tutta la terra, ed è la dimora del popolo dei Penan.

I Penan hanno vissuto a lungo in armonia con la loro foresta e le sue orchidee rare, con i fiumi impetuosi e i fitti intrecci di grotte calcaree.Siamo nati per vivere nella foresta, dicono. E in effetti la foresta è la loro casa, la loro storia, il loro supermercato e la loro farmacia.

Dal 1970, tuttavia, le loro terre ancestrali sono state spianate dai bulldozer e date alle fiamme per aprire la via al disboscamento, alle piantagioni di palma da olio e alla costruzione di dighe idroelettriche. Le ripide valli che un tempo risuonavano del canto degli uccelli e del frinire delle cicale, oggi rimbombano per il rumore dei camion e degli alberi che cadono. Le foreste sono disboscate a un ritmo che è due volte più alto di quello dell’Amazzonia.

Lo stile di vita dei Penan è in erosione; fino agli anni ‘60 quasi tutti i Penan vivevano come nomadi, spostando frequentemente il campo in cerca di cinghiali, alberi da frutto e palme da sago. Oggi, molti dei 10-12.000 Penan sopravvissuti si sono stabiliti in comunità stanziali sulle rive dei fiumi dove la malnutrizione, le malattie e l’analfabetismo sono permanenti; tuttavia la foresta pluviale resta per loro di importanza vitale, sia che si tratti di comunità stanziali oppure di nomadi.

A meno che il governo malese non si decida a mettere un freno a tutti i progetti varati senza il consenso delle tribù, i figli dei Penan dovranno confrontarsi con un miserabile futuro.

Nella foto: una bambina Penan, Sarawak, Malesia.

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Per i Guarani del Brasile, la terra è un dono prezioso del “grande padre” Ñande Ru.

Tuttavia, la deforestazione ininterrotta del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale, ha trasformato le loro terre ancestrali in aride distese senza alberi occupate da allevamenti di bestiame, campi di soia e piantagioni di canna da zucchero.

Oggi, molti Guarani vivono in condizioni spaventose in riserve sovraffollate o accampamenti di fortuna ai margini delle strade. Negli ultimi cento anni hanno perso quasi tutta la loro foresta e, non avendo sufficiente terra da coltivare, i loro figli soffrono di malnutrizione. Secondo un rapporto del 2008, nei soli cinque anni precedenti sono morti di fame almeno 80 bambini.

Molti bambini soffrono, ha detto un operatore sanitario guarani. Voglio che i bambini stiano come stavano prima, quando andava tutto bene.Ma i Guarani potranno ricominciare davvero a vivere solo quando il governo brasiliano avrà messo fine alla totale distruzione della loro terra.

Nella foto: bambini Guarani, Brasile.

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Si muovono attraverso la foresta pluviale amazzonica di notte, portando con sé torce di resina. Sono il popolo degli Awá, una delle sole due tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi rimaste in Brasile.

Oggi gli Awá sono sempre più minacciati dai taglialegna, dai coloni e dagli allevatori di bestiame. Le mappe satellitari mostrano che oltre il 30% della foresta pluviale che ammantava uno dei loro territori è stato distrutto.

Poiché dipendono ancora dalla foresta per ogni aspetto della loro vita – per il cibo, la casa e il benessere – il futuro dei loro figli è seriamente messo a rischio dalla distruzione delle loro terre natali. I taglialegna abbattono gli alberi e tutta la selvaggina scappa, ha denunciato un uomo Awá. Senza la foresta non siamo nessuno e non abbiamo possibilità di sopravvivere.

Nella foto: un bambino Awá-Guajá con la sua scimmietta, Brasile.

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Il Canada nord-orientale è un’estensione di tundra, laghi e foreste subartiche. Fino alla seconda metà del XX secolo, gli Innu vi hanno vissuto come cacciatori-raccoglitori, basando il loro sostentamento principalmente sulle mandrie di caribù che migrano attraverso la loro terra in primavera e autunno.

Negli anni ’50 e ’60, tuttavia, il governo canadese e la Chiesa Cattolica hanno ammassato gli Innu in comunità stanziali. Lo sfratto dal luogo che loro chiamano “Nitassinan”, la loro terra, ha determinato disoccupazione, problemi di salute cronica come il diabete, e livelli record di suicidi e inalazione di benzina tra i bambini.

Alla richiesta di descrivere come si cresce negli insediamenti, i giovani Innu rispondono sempre, invariabilmente: Ci fa vergognare di essere Innu.

Nella foto: bambini Innu, Davis Inlet, Canada.

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Essere un Dongria Kondh significa vivere sulle montagne di Niyamgiri, nello stato indiano di Orissa. Appartenere alla compagnia britannica Vedanta Resources significa invece mirare allo sfruttamento commerciale di un deposito di bauxite del valore di 2 miliardi di dollari che si trova proprio sotto la montagna che i Dongria venerano come un dio.

Niyamgiri è sempre stata fonte di nutrimento fisico e spirituale per i Dongria. Perdere le loro terre a causa di una miniera a cielo aperto significherebbe perdere i loro mezzi di sostentamento e la loro unica identità di popolo, perché l’estrazione mineraria finirebbe con il distruggere le loro foreste e alterare il corso dei loro fiumi. Siamo il popolo della montagna. Se dovessero portarci altrove, moriremo.

Nell’ottobre 2010 il governo indiano si è rifiutato di rilasciare l’autorizzazione finale per l’apertura della miniera; ma Vedanta spera di poter ribaltare la sentenza con un ricorso in appello.

Dove potremmo andare noi bambini? Come potremmo sopravvivere? ha chiesto un giovane Dongria Kondh pensando alla minaccia di dover lasciare la sua casa. No, non la cederemo. Non cederemo mai la nostra montagna!

Nella foto: un ragazzo Dongria Kondh, Orissa, India.

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La maggior parte dei popoli tribali ha una visione della vita a lungo termine; nel prendere le decisioni quotidiane tiene conto della salute futura dell’ambiente e del benessere delle generazioni successive.

Se vogliamo proteggere le vite dei bambini tribali dall’oppressione, dallo sfruttamento e dal razzismo, i governi e le società che oggi violano i loro diritti devono adottare modalità di pensiero parimenti sostenibili e guardare ben oltre l’immediato tornaconto politico e commerciale.

I successi recenti – la riapertura del pozzo d’acqua dei Boscimani in Botswana, per esempio, e la vittoria dei Dongria Kondh sulla Vedanta in India – dimostrano che le questioni tribali sono sempre più dibattute nelle arene politiche e culturali. Ma resta molta strada da fare. Le tribù sono ancora vulnerabili, soprattutto perché le loro terre restano altamente ambite. Hanno urgente bisogno che le persone di tutto il mondo si uniscano al movimento di Survival e sostengano la sua strenua lotta a farli riconoscere come uguali.

I popoli indigeni vogliono un mondo in cui i bambini siano liberi di vivere sulle loro terre secondo uno stile di vita liberamente scelto. E questo processo può cominciare solo con il riconoscimento di due diritti umani fondamentali: quelli alla terra e all’autodeterminazione.

Non pensate sempre a voi stessi o Capi,
e nemmeno alla vostra sola generazione.
Pensate alle generazioni che verranno,
ai nostri nipoti
a coloro che non sono ancora nati,
e i cui volti stanno per sorgere dalla terra.

Pacificatore, Confederazione degli Irochesi, USA

Nella foto: bambini Aborigeni, Pitjantjatjara, Australia.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/bambini#11c