”Il segreto del mio turbante” by Nadia Ghulam e Agnès Rotger

Questo libro narra la storia (reale) di Nadia Ghulam.

Ci troviamo durante la guerra civile afghana, dagli inizi della presa del potere da parte dei talebani…

 Le donne si lamentavano della scomodità del burqa, che non avevano mai portato prima. Non era ancora obbligatorio, ma molte lo accettarono spontaneamente o, più spesso, per imposizione del marito, visti i pericoli che incombevano sulle donne. I rapimenti e gli stupri erano diventati la norma e, per proteggersi, cominciarono a coprirsi. La mamma iniziò a utilizzare le gonne – alcune davvero corte -, le calze, le magliette a mezze maniche e le giacche che teneva nell’armadio come stracci per le pulizie. Quando usciva si copriva tutta la testa con il foulard che prima usava in modo vezzoso come fascia per i capelli. Nessuno, al di fuori di noi, la rivide più sfoggiare le due lunghe trecce di cui andava tanto orgogliosa.

…al culmine del loro potere…

 […]Dopo, durante il periodo della cosiddetta  pace dei talebani, si aggiunse un’altra terrificante paura: quella delle grida dei condannati per furto quando i talebani tagliavano loro le mani. Lo facevano nelle piazze o nei vecchi campi sportivi, dopo una cerimonia che simulava un processo. […]doveva servire da lezione per gli altri, […]Ma i talebani, che si definivano l’esercito di Dio, applicavano con convinzione la legge dell’occhio per occhio dente per dente.

…e sin dopo la loro caduta.

 […]«Ho sentito che certi arabi hanno fatto cadere delle torri molto alte in America, e che è morta molta gente.» […]Ignoravo del tutto cosa fosse al-Qaeda, non avevano mai sentito nominare Bin Laden e non avevamo alcuna opinione in merito alla politica internazionale, […]Non eravamo consapevoli della dimensione del conflitto, e non sospettavamo nemmeno lontanamente che avrebbe avuto conseguenze dirette su di noi. Cosa avevamo a che vedere, noi, con quel pasticcio tra un ricco arabo e gli Stati Uniti? Le settimane seguenti, cominciamo a sentire che gli Stati Uniti parlavano di restituirci la libertà, e che i talebani facevano gli spavaldi ma erano nervosi. […] I talebani lasciavano il governo […]E questo parve significare che, da un giorno all’altro, eravamo liberi.

Una serie di eventi ha cambiato la vita a Nadia. Dapprima una bomba che è caduta a casa della sua famiglia, e più precisamente nella stanza in cui lei si trovava (miracolosamente è sopravvissuta). In seguito la morte di suo fratello Zelmai, che ha portato suo padre alla pazzia e ciò l’ha spinta a travestirsi da ragazzo…

 Per cominciare dovevo staccarmi dalle gonne della mamma e imparare ad affrontare il mondo da sola. Dovevo crearmi una corazza, la più resistente possibile, e sopprimerei miei modi femminili. Non potevo pretendere di parlare con la voce di un ragazzo, ma la impostavo per renderla più grave, e soprattutto cambia il tono con uno più imperativo, che mi sembrava più maschile. Con il tempo imparai ad agire in modo brusco e rude. Scoprii di avere una lingua temibile e minacciavo senza esitare chiunque mi offendesse; ero capace addirittura di attaccare. Non potevo battermi in un corpo a corpo con nessuno, ma ero veloce nel lancio delle pietre. Si capiva che incutevo paura: ne ero sollevata.

[…] Fu così che mi tenni il nome di mio fratello. E, senza esserne consapevole, uccisi Nadia per far rivivere Zelmai al posto suo.

…per poter lavorare e mantenere la sua famiglia, perché le donne, con i talebani, non potevano più lavorare.

 «Cos’hai, Soraya? Non sei felice che sia tornata la pace?» «[…] me ne dovrò andare. I talebani non vogliono che noi donne lavoriamo». […] Ben presto si seppe che non solo avrebbero vietato alle donne di lavorare, ma anche che i medici uomini curassero le donne. […] «Dicono che è obbligatorio per le donne andare in giro con il burqa e che gli uomini devono portare la barba lunga.» «Dicono che è vietato alle donne fare rumore quando camminano e ridere in pubblico.» «Dicono che sono proibiti la musica, il ballo e i film.» All’inizio, le donne accolsero quelle leggi come un male minore, a fronte dei grandi vantaggi garantiti dalla sicurezza. […] Credevamo che qualsiasi cosa fosse meglio del terrore della guerra, ma non potevamo sospettare quanto sarebbe stato alto il prezzo che avremmo dovuto pagare.

Nadia è una ragazza molto determinata, lo dimostra il fatto che si sia travestita da ragazzo, ma anche quanto impegno ci metta per imparare a leggere e a scrivere.

 Tutti noi ragazzi eravamo costretti ad assistere alle lezioni di religione nella moschea, che allora era la cosa più simile alla scuola. La maggior parte usciva così come ci era entrata: al massimo avevano imparato un po’ a leggere il Corano senza capirlo e senza farci domande. Ma io avevo una gran voglia di imparare. (durante il governo dei talebani)

 Fu così che un giorno scrissi: «Quattro chili di yogurt», la mia prima frase. Mi parve di aver fatto un passo gigantesco verso la libertà.

Alla fine, grazie all’aiuto di associazioni, riesce a uscire dal Paese e stabilirsi in Spagna.

È un libro che consiglio assolutamente, ti fa immergere in questa cultura lontana dalla nostra e capire meglio la vita delle persone che hanno vissuto e vivono in Afghanistan.

Laura

 

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