L’epoca è diversa, il linguaggio è lo stesso

 Roma, martedì sera, 6 dicembre 1938, La Stampa

Trascrizione dell’articolo:

Un magistrato ticinese ha inviato una lettera a « L’Idea Nazionale» di Lugano, pregando di non essere ingenerosi, di non esagerare nel linguaggio, di avere, insomma, pietà del poveri ebrei perseguitati ed esiliati. Il giornale, riferisce l’«Italpress », risponde cosi: «Apprezziamo il buon cuore, il senso umanitario e la generosità che ha mosso indubbiamente il nostro magistrato: pietà per gli ebrei sta bene, ma chi ha pietà per le vittime degli ebrei? Chi ha pietà per le nostre povere operaie, alle quali ditte ebraiche pagano 55 centesimi per una camicia da uomo, 15 centesimi per un grembiule, 1.20 franchi per un paio di pantaloni da uomo, 6 franchi per un vestito completo di imballaggio, porto di ritorno a carico dell’operaia a domicilio? Chi ha pietà per i nostri commercianti rovinati dai magazzini giudaici con una concorrenza accanita e sleale? Non facciamo del razzismo. La politica razzista, l’orgoglio di razza, l’esclusivismo protezionista ad oltranza, sono proprio caratteristiche degli ebrei, anche se per fare un affare diventano piccini, striscianti e complimentosi. La questione ebraica esiste. Oggi non si può ignorarla. Per il bene stesso degli ebrei, non si può tollerare una Invadenza ulteriore nel Ticino, Spiritualmente siamo troppo lontani dalla mentalità, dal costumi e dalle idee semitiche, e commercialmente non siamo disposti a fare da schiavi e da battistrada al capitalismo, all’egoismo e allo strozzinaggio tradizionale del trafficanti giudaici».

Prima di tutto non voglio trarre alcuna conclusione, mi limito solamente a mettere in parallelo il linguaggio utilizzato nel 1938 e quello che viene utilizzato oggi.

1) Se si muove una critica nei confronti del Governo, soprattutto se ricchi, viene subito sottolineato lo status di “comunista con il Rolex” (perché se si fa opposizione si è automaticamente dei comunisti, no? Come se esistessero solo il bianco e il nero, o meglio, solo il rosso e il nero). Nel 1938, nell’articolo, si parla del magistrato, quindi ricco.

2) Non esagerare nel linguaggio (1938). Oggi c’è stato un accanimento contro l’uso delle magliette rosse, perché è troppo complicato capire cos’è il simbolismo. I limitati fascisti, infatti, hanno immediatamente associato il colore  delle magliette al colore politico, ma dimenticandosi che “di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti le coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori” (L’Espresso, 1 luglio 2018). Non si sono limitati a un’errata associazione, ma si sono perfino permessi di fare dello humour fuori luogo. Come ha scritto la nostra cara Giorgia Meloni su Twitter:

3) Non può mancare la divisione e contrapposizione tra “noi” e “loro”: la persecuzione degli ebrei VS. lo sfruttamento delle operaie italiane (1938); giovani italiani che emigrano in cerca di fortuna, in cerca di lavoro VS. immigrati che ci rubano il lavoro (oggi).

4) Non è razzismo, ma… la retorica è la stessa.

5) Nel 1938 si parlava di Invadenza ulteriore nel Ticino, oggi si parla di invasione degli africani, dei musulmani.

6) Durante il ventennio fascista si era soliti utilizzare il termine pietista per nominare chiunque spendesse delle parole a favore degli ebrei, oggi, invece, si è soliti utilizzare il termine buonista. Termini utilizzati per far passare il senso di umanità, dei ragionamenti sensati, delle riflessioni come se fossero qualcosa di negativo. Qualsiasi segno di umanità o di gentilezza viene etichettato come ipocrita e come tale va insultato (?). Diciamoci la verità, volete solo nascondervi dietro a una parola perché non avete il coraggio di ammettere la vostra disumanità, la vostra cattiveria. Lasciate perdere le giustificazioni, prendete la responsabilità dei vostri pensieri, dei vostri discorsi e delle vostre azioni.

Aggiungo anche altro oltre ai paragoni tra i due periodi.

Ma vi rendete almeno conto di come parlate? Di come ragionate? Parlate tutti allo stesso modo. Fate un semplice copia e incolla senza inserirci un minimo pensiero critico che sia vostro. Credete a tutto ciò che vi viene detto da coloro che sostengono tutte queste ideologie che arrivano solo alla vostra pancia, perché di sensato non hanno nulla. Non appena, però, vi viene detto qualcosa di scientifico, come ad esempio sui vaccini, non esitate a fare i medici e gli scienziati di turno, laureati all’università di Google, mettendo in dubbio qualsiasi cosa vi venga detta. Quindi il vostro “giudizio” viene attivato a seconda della convenienza. Comodo, no?

Se essere buonista significa cercare di comprende le ragioni per le quali le persone rischiano la propria vita per avere un futuro migliore, se significa restare ancorati alla propria umanità, allora sono orgogliosamente buonista.

Stay human.

Laura

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Hate spreads hate

Hello Folks, I am back!

I would like to write something like oh this summer is so beautiful, I am having lot of fun! (exams alert!), but simply I cannot, I cannot when I read about so much hate spread around us and about a disappeared humanity.

Two weeks ago I wrote on my Twitter account: Racist governments are an incentive for racists to pull out their shit from their mouth. When I wrote this, I limited myself because I perfectly know this is not limited to just words, but it is about actions too.

I cannot shut my mouth up when I read about all this hate. I CANNOT!

I am human. I want to stay human. Let’s all stay human!

Do you want some example of what I am talking about? Then, here we are…

(All these are just examples about Italy, but I am going to translate)

In a high school in San Donato Milanese, a 17-year-old student was bullied by three classmates of him, supported by the new professor, because of his sexual orientation. Here you can read what those three students told him: «a casa mia i froci li cerchiamo e li massacriamo» (at my place we look for and beat faggots up) and «voi (sottinteso, i gay) dovete finire tutti nei forni» (you (gays) must go into the ovens). Everybody knows what ovens they were talking about, does’t it? [source: here] The professors shut up and one of them was even complicit. This in a period in which Lorenzo Fontana, minister of family and disability and member of Lega Nord, told «gay family doesn’t exist».

A foreign worker [W] called his employer [E] to stay at home because he was ill but he was offended by his employer. This happened in Trentino, one of Italian regions in the north. Part of the translation of the transcription (I added commas to read it easily):

E: great kind of shit, fucking Islamic, dear God Axxxxxxxx
W: mister
E: look, you can’t joke with me, oh shut up (bastard) your God, shut up fucking Muslim xxxx you don’t find my brother with me, what do you have to stay at home?
W: I’m not fine
E: eh?
W:  I’m not fine
E: what do you have to stay at home?
W: what happened?
E: speak well bastard, what do you have to stay at home? Eh?
W: who is? Who is?
E: who is? Look God damn Axxx you don’t find my brother with me, I go to your home pay attention xxx, I eat you xxx, pay attention bastard
[…]
E: what do you have fucking Muslim not to go to work xxx God damn bad bunch, I go there xxxx, I burn you alive fucking Islamic, look Axxxxxxxxxxx pay attention, tomorrow I want you here to work, have you understood? If not, God damn pay attention to go out too, pay attention to go out
W: but
E: because I burn you alive, got it?
W: but I’m not afraid of you, dear, you can do whatever you want to
E: eh look bastard xxx fucking God damn
W: but thanks
E: I burn you, pay attention God damn, tomorrow morning come here with my brother, my dad, me and you make us look what you have and don’t joke around with us got it?
W: but I’m not fine, I’m not fine
E: you aren’t fine what? what does your God damn’s ramadam have? Look, I send you Casapound, do you know what Casapound is in Trento? To kidnap you, thay burn you alive, pay attention, pay attention xxxx that they eat you xxxxx, tomorrow hangarr, got it?
[…]
E: I go to your home tonight, I’ve advised you
[…]
E: bastard Allah, you’re Allah, fucking Allah, fucking Allah, motherfucker, I wish all your race died
W: thanks
E: Allah is shit, pig
W: thanks
E: xxx pay attention to go out, pay attention to go out
W: I want to ask you what do you want?
E: shut fucking Muslim up, shut fucking Moroccan up, bastard race
W: but thanks
E: I can even kill you now xxxx, Salvini is in charge, motherfucker
[…]

[souce: here]

Bouyagui Konate, a 22-years-old guy originally from Mali and living in Italy for 4 years, was coming back home when he was shot with a BB gun. He told that the men laughed before running away.  [source: here]

I guess that everyone knows what is happening in Mediterranean sea… well, below you can read some comments written on Twitter and Facebook about the three dead childen.

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Tranlation: They’d have become pushers and raper on the loose here in Italy.

 

 

 

 

 

 

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Translation: Those ARE SHIT NOT ITALIANS!!!!!

 

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Translation: With so many dead in the sea, it’ll end up that I won’t buy anchovies anymore.

 

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Translation: Is there anything wrong in this pic?

This is just one of those people who claim that those children did not really dead, but they are just dolls or whatever. People are not respectful even in front of tragedies… I am totally speechless… Every day I am more and more and more speechless. All this shows lack of humanity!

 

I could carry on writing other examples, but I stop here.

Stay human.

Discorso di Gino Strada

Condivido con voi il discorso di Gino Strada in occasione della consegna del Premio Right Livelihood Award il 30 novembre 2015 a Stoccolma, sottolineando ed evidenziando le parti che ritengo più significative.

“Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette ‘mine giocattolo’, piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.

Mi è occorso del tempo per accettare l’idea che una ‘strategia di guerra’ possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i bambini e la mutilazione dei bambini del ‘Paese nemico’. Armi progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei confronti dei civili.

Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo ‘il nemico’? Chi paga il prezzo della guerra?

Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più ‘conflitti rilevanti’ che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano. Lavorando in regioni devastate dalle guerre da ormai più di 25 anni, ho potuto toccare con mano questa crudele e triste realtà e ho percepito l’entità di questa tragedia sociale, di questa carneficina di civili, che si consuma nella maggior parte dei casi in aree in cui le strutture sanitarie sono praticamente inesistenti.

Negli anni, Emergency ha costruito e gestito ospedali con centri chirurgici per le vittime di guerra in Ruanda, Cambogia, Iraq, Afghanistan, Sierra Leone e in molti altri Paesi, ampliando in seguito le proprie attività in ambito medico con l’inclusione di centri pediatrici e reparti maternità, centri di riabilitazione, ambulatori e servizi di pronto soccorso. L’origine e la fondazione di Emergency, avvenuta nel 1994, non deriva da una serie di principi e dichiarazioni. È stata piuttosto concepita su tavoli operatori e in corsie d’ospedale. Curare i feriti non è né generoso né misericordioso, è semplicemente giusto. Lo si deve fare.

In 21 anni di attività, Emergency ha fornito assistenza medico-chirurgica a oltre 6,5 milioni di persone. Una goccia nell’oceano, si potrebbe dire, ma quella goccia ha fatto la differenza per molti. In qualche modo ha anche cambiato la vita di coloro che, come me, hanno condiviso l’esperienza di Emergency. Ogni volta, nei vari conflitti nell’ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l’uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra.

Confrontandoci quotidianamente con questa terribile realtà, abbiamo concepito l’idea di una comunità in cui i rapporti umani fossero fondati sulla solidarietà e il rispetto reciproco. In realtà, questa era la speranza condivisa in tutto il mondo all’indomani della seconda guerra mondiale.

Tale speranza ha condotto all’istituzione delle Nazioni Unite, come dichiarato nella Premessa dello Statuto dell’Onu: «Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole». Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati inoltre sottolineati nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».

70 anni dopo, quella Dichiarazione appare provocatoria, offensiva e chiaramente falsa. A oggi, non uno degli Stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale. All’inizio del nuovo millennio non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme. Cancellando il diritto di vivere, la guerra nega tutti i diritti umani.

Vorrei sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei Paesi sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre 4mila civili in vari Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case. In qualità di testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta della violenza abbia – nella maggior parte dei casi – portato con sé solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore è comune, l’uso della violenza.

Sessanta anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russel-Einstein: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?». È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare.

Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla. Concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro Orologio dell’apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani: «L’orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà umana».

La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. La guerra, come le malattie letali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione. Possiamo chiamarla ‘utopia’, visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento. Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava ‘utopistica’.

Nel XVII secolo, ‘possedere degli schiavi’ era ritenuto ‘normale’, fisiologico. Un movimento di massa, che negli anni, nei decenni e nei secoli ha raccolto il consenso di centinaia di migliaia di cittadini, ha cambiato la percezione della schiavitù: oggi l’idea di esseri umani incatenati e ridotti in schiavitù ci repelle. Quell’utopia è divenuta realtà. Un mondo senza guerra è un’altra utopia che non possiamo attendere oltre a vedere trasformata in realtà. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità.

Ricevere il Premio Right Livelihood Award incoraggia me personalmente ed Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura delle vittime e promuovere un movimento culturale per l’abolizione della guerra. Approfitto di questa occasione per fare appello a voi tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo le forze a sostegno di questa iniziativa. Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.

It’s a dog life

Italian and English version

Si usa l’espressione ‘vita da cani’ per indicare una vita difficile, ma ditemi voi se i cani non fanno una bella vita 😀

The expression ‘a dog’s life’ is used to say a hard life, but tell me if dogs don’t life up 😀

cibo

Mangiare senza cucinare mai 😀

Eating without never cooking 😀

coccole

Coccole a volontà! ^^

Cuddles to my heart’s content! ^^

gioco

Giochiamo giochiamo! **

Let’s play!  Let’s play! **

riposino

Riposino dove e quando voglio 😛

Sleeping where and when I want to 😛

Laura