I pescatori dell’Amazzonia

Tra i brulli pascoli della savana del cerrado e la foresta tropicale del Brasile occidentale si estende la valle del fiume Juruena, terra natale degli Enawene Nawe.

Il governo dello stato del Mato Grosso sta costruendo una serie di dighe idroelettriche a monte del loro territorio.

Le dighe minacciano la foresta degli Enawene Nawe, il pesce di cui si nutrono e lo Yãkwa , il loro rituale sacro. Le prime impressioni, raccolte nell’aprile 2012, fanno pensare che anche quest’anno le riserve di pesce della tribù potrebbero scarseggiare, così come è accaduto per la prima volta nel 2009.

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Alle prime luci dell’alba, gli uomini Enawene Nawe si riuniscono davanti alla haiti: la casa dei flauti sacri.

Sono ritornati da poco dagli accampamenti nella foresta per celebrare la cerimonia di pesca più importante dell’anno: il banchetto dello Yãkwa.

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Gli Enawene Nawe sono una delle pochissime tribù al mondo a non mangiare carni rosse.

Sono pescatori esperti. Nella stagione secca prendono il pesce usando un veleno chiamato timbó, prodotto dal succo di una vite legnosa.

Battono fasci di vite sull’acqua, per far uscire il veleno che asfissia i pesci fino a farli galleggiare in superficie.

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Nella stagione umida, quando le colline della Serra de Norte sono avvolte dalle nubi, inizia il più lungo rituale dell’Amazzonia.

Lo Yãkwa dura quattro mesi, serve a mantenere l’armonia nel mondo e consiste in uno scambio rituale di cibo tra gli Enawene Nawe e gliyakairiti, gli spiriti sotterranei proprietari del pesce e del sale.

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All’inizio dello Yãkwa, gli Enawene Nawe costruiscono le waitiwina (dighe) sull’ Adowina (il fiume Rio Preto).

Gli sbarramenti sono costruiti con un sapiente intreccio di tronchi, tra i quali gli Indiani infilano decine di nasse di forma conica. Per legare la struttura usano viti e cortecce.

L’Adowina è un fiume adatto alle waitiwina, ha detto un uomo Enawene Nawe. Gli alberi sono alti e la terra è buona.

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L’acqua risucchiata dalle nasse scorre poi via, lasciando intrappolati i pesci diretti a valle dopo la fase di riproduzione presso le sorgenti del fiume.

Il Ministero della Cultura brasiliano ha riconosciuto lo Yãkwa come patrimonio culturale del paese.

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I pesci sono accumulati in piccole ceste di foglie di palma intrecciate e affumicati in capanne speciali. Alla fine, vengono trasportati al villaggio con le canoe.

Terminato lo Yãkwa le dighe vengono distrutte per permettere ai pesci di risalire liberamente la corrente e continuare a riprodursi.

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Durante il lauto banchetto, gli Enawene Nawe scambiano sale, manioca e miele con gli spiriti yakairiti.

Gli uomini si cingono i fianchi con fibre di palma e adornano le loro collane con piume di ara rossa, hocco e falco.

Si muovono in cerchio, a piccoli passi, e cantano accompagnati dai suoni profondi dei flauti di bambù.

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L’UNESCO ha recentemente richiamato l’attenzione sulla urgenza di salvaguardare lo Yãkwa, definendolo patrimonio culturale d’incalcolabile valore.

Negli ultimi anni, tuttavia, la tribù ha fatto fatica a praticare il rituale a causa della diminuzione della popolazione ittica, dovuta alla deforestazione e alla costruzione di una diga idroelettrica.

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La situazione è diventata molto seria nel 2009, quando una società costruttrice si è trovata costretta ad acquistare tremila chili di pesce d’allevamento per assicurare la sopravvivenza della tribù.

Quando ero piccolo, andavo sempre alle dighe insieme a mio padre, dice Kawari, un anziano Enawene Nawe.

Noi lasciamo che il pesce risalga fino alla sorgente per deporre le uova. Ma se verranno costruite le dighe idroelettriche, le uova scompariranno e il pesce morirà.

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La tribù non ha dato il suo consenso né alla costruzione di impianti idroelettrici – come la diga Telegrafica fotografata qui sopra – né alla deforestazione delle loro terre da parte degli allevatori.

È un’amara ironia ha commentato il direttore generale di Survival, Stephen Corry, che ora che lo Yãkwa è stato riconosciuto come patrimonio culturale del Brasile, possa rapidamente scomparire.

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Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.

Non sapevamo nulla della deforestazione.

Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.

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Gli Enawene Nawe stanno lottando perché l’area del Rio Preto sia riconosciuta come proprietà della tribù e perché gli allevatori siano espulsi dall’area.

Il Rio Preto è essenziale per la nostra sopravvivenza. Perché gli allevatori dicono che è loro?

Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto? No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.

E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.

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La mia conoscenza è antica. So queste cose da molto tempo.

Non ho conosciuto l’Adowina recentemente, ma tantissimo tempo fa.

Non sono nato da poco.

Kawari, anziano Enawene Nawe.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/yakwa#1

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I Nenet della Siberia

Recentemente, dal suolo ghiacciato del nordovest della Siberia è tornato alla luce un cucciolo di mammut. Il permagelo artico si sta sciogliendo e le industrie si stanno muovono verso la regione, per sfruttarne la ricchezza di petrolio e gas.

Lo stile di vita nomade degli allevatori di renne del paese, i Nenet, è minacciato sia dai cambiamenti climatici sia dall’estrazione di queste risorse.

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Penisola di Yamal: una striscia di torbiera che si estende dalla Siberia settentrionale fino al mare di Kara, molto al di sopra del Circolo Polare Artico. A est si trovano le acque poco profonde del Golfo di Ob; ad ovest, la Baia di Baydaratskaya, rivestita di ghiaccio per la maggior parte dell’anno.

Nella lingua degli indigeni Nenet, yamal significa la fine del mondo; è un luogo remoto battuto dal vento, ricoperto di permagelo, fiumi serpeggianti e arbusti nani, ed è la patria dei pastori di renne Nenet da oltre mille anni.

Oggi lo stile di vita nomade dei Nenet è minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici, che rendono la tundra sempre più imprevedibile, e dalla scoperta che la penisola contiene la riserva di gas più grande del pianeta.

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I pastori Nenet si muovono con le loro renne secondo i ritmi delle stagioni, seguendo antiche rotte di migrazione artiche.

In inverno, quando le temperature possono scendere fino a -50°C, la maggior parte dei Nenet fa pascolare le renne su muschi e licheni delle foreste meridionali, o nella taiga. Nei mesi estivi, quando il sole di mezzanotte trasforma la notte in giorno, si lasciano alle spalle larici e salici per migrare al nord.

Quando raggiungono la tundra desolata delle rive del mare di Kara, dopo aver attraversato le acque ghiacciate del fiume Ob, hanno ormai percorso fino a 1.000 chilometri.

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Oggi, le infrastrutture realizzate per l’estrazione delle risorse stanno ostacolando le rotte di migrazione; per le renne è difficile attraversare le strade e, secondo i Nenet, l’inquinamento sta minacciando la qualità dei pascoli.

I preparativi per il Megaprogetto Yamal (un progetto a lungo termine per lo sfruttamento del gas della penisola sviluppato dalla società russa Gazprom) sono iniziati negli anni ’90. Nel maggio 2012, uscirà la prima fornitura di gas dal vasto giacimento di Bovanenkovo. Ogni anno, miliardi di metri cubi saranno convogliati verso l’Europa occidentale.

Quello che accade alla terra è molto importante per noi, ha raccontato recentemente il pastore nenet Sergei Hudi a Survival International.Abbiamo paura che con tutte queste nuove industrie non saremo più in grado di migrare. E se non potremo più migrare, il nostro popolo potrebbe scomparire del tutto.

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Sotto Stalin, le comunità Nenet furono divise in gruppi chiamati brigate e costrette a vivere in villaggi e comuni agricole dette kolkoz. Ogni brigata era obbligata a pagare le tasse sottoforma di carne di renna.

I bambini furono separati dalle loro famiglie e inviati in scuole gestite dal governo dove gli era vietato parlare la propria lingua.

Con il crollo del comunismo, i giovani adulti cominciarono a lasciare i villaggi per dirigersi nelle città. Il fenomeno continua ancora oggi, ma la maggior parte non riesce ad adattarsi a una vita separata dai cicli naturali della tundra. Per questo, in molti soffrono tassi molto alti di alcolismo, disoccupazione e problemi di salute mentale.

Per i Nenet rimasti ancora oggi nomadi, le loro terre e i branchi di renne rimangono di vitale importanza per l’identità collettiva. La terra è tutto per noi. Tutto. ha dichiarato Sergei Hudi.

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Le renne sono la nostra casa, il nostro cibo, il nostro riscaldamento e il nostro mezzo di trasporto, ha raccontato a Survival Sergei Hudi.

I cappotti dei Nenet sono fatti di pelle di renna, con il pelo all’interno, e sono cuciti con i nervi dell’animale. I lazo sono ricavati dai tendini delle renne; gli utensili e alcune parti delle slitte sono di osso. I rivestimenti delle tende coniche – dette choom o mya – sono anch’essi di pelo di renna steso su pesanti pali.

Ogni Nenet ha una sua renna sacra, che non deve mai essere utilizzata per il traino o mangiata fino a quando non è più in grado di camminare.

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La carne di renna è la parte più importante della dieta dei Nenet. Viene mangiata cruda, congelata o bollita, insieme al sangue di una renna appena macellata, ricco di vitamine.

I Nenet amano anche il pesce, in particolare il salmone bianco e il muksum, un pesce bianco argentato, e durante i mesi estivi raccolgono mirtilli palustri.

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Una famiglia nenet si mette in marcia sotto un plumbeo cielo grigio. Le donne caricano le slitte per trasportare i loro averi.

Di notte le slitte vengono disposte a semicerchio attorno al choom.

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Oggi, oleodotti, torri di trivellazione e strade asfaltate stanno trasformando il volto della tundra. Agli inizi del 2011 è stata inaugurata la linea ferroviaria più a nord del mondo, la Obskaya-Bovanenkovo, lunga più di 520 chilometri.

Chiediamo che le compagnie tengano in considerazione le nostre prospettive quando fanno le prospezioni ha dichiarato Sergei Hudi. Ed è importante che i gasdotti non interferiscano con la nostra possibilità di far pascolare le renne.

Sophie Grig, ricercatrice di Survival International, sottolinea che il sito web della Gazprom definisce la Penisola di Yamal come ‘una regione cuscinetto d’importanza strategica per il petrolio e il gas della Russia’. In questa descrizione è riassunta tutta la visione che la società ha della terra ancestrale dei Nenet.

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Pochi anni fa, un pastore Nenet ha scoperto i resti perfettamente conservati di un cucciolo di mammut di sei mesi, seppellito nel permagelo della penisola di Yamal. Si ritiene che sia morto 42.000 anni fa.

Ma l’Artico oggi sta cambiando velocemente. Con l’innalzamento delle temperature, il permagelo della tundra si scioglie, rilasciando nell’atmosfera anidride carbonica e metano – ovvero gas serra.

Poiché il ghiaccio si scioglie prima del solito in primavera e si ricongela molto più tardi in autunno, i pastori sono stati costretti a cambiare rotte di migrazione antiche di secoli perchè le renne fanno fatica a camminare sulla tundra in assenza di neve. L’innalzamento delle temperature influisce anche sulla vegetazione della tundra, unica fonte di cibo dei branchi.

Gli scienziati temono che dal permagelo si possano liberare miliardi di tonnellate di gas metano, provocando una drammatica accelerazione nel processo di riscaldamento del globo.

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Con lo scioglimento del permagelo alcuni laghi d’acqua dolce della tundra si sono seccati, provocando una diminuzione delle riserve di pesce dei Nenet.

Poiché si sta sciogliendo anche il ghiaccio attorno alla penisola, l’oceano si sta aprendo al traffico marittimo. Le rotte marittime dell’Artico sono potenziali vie di comunicazione per il commercio tra Asia, Europa e Nord America. Nel 2011, il Passaggio a nord-est è stato solcato dalla nave cisterna Vladimir Tikhonov, la più grande cha abbia mai navigato in quel mare.

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I Nenet hanno resistito al colonialismo, alla guerra civile, alla rivoluzione e al comunismo forzato. Oggi, il loro stile di vita si ritrova di nuovo sotto grave minaccia.

Per sopravvivere come popolo, i Nenet hanno bisogno di avere libero accesso ai loro pascoli e a un ambiente incontaminato dai rifiuti industriali.

Il popolo dei Nenet ha vissuto e ha amministrato la fragile ecologia della tundra per centinaia di anni ha dichiarato Sophie Grig di Survival International. Sulla sua terra non dovrebbe essere implementato nessun progetto di sviluppo che non abbia il suo pieno consenso, e gli deve essere riconosciuto un equo risarcimento per i danni subiti.

Tra nazioni e aziende che bramano ad accaparrarsi pezzi di Artico, scienziati che si affannano a studiare i mutamenti ambientali e Gazprom che ha annunciato l’entrata in produzioni di nuovi giacimenti di gas nel 2019, le preoccupazioni dei Nenet sono sempre più urgenti.

Per i Nenet la tundra è la casa, e le renne sono la vita stessa. Le renne sono la nostra vita e il nostro futuro ha detto una donna nenet.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da  http://www.survival.it/galleria/nenet#1

I pastori Sami della Norvegia

I Sami sono i pastori di renne indigeni di Sápmi, un’area di terra che si estende lungo la Scandinavia artica e sub-artica (Norvegia, Finlandia, Svezia e Russia).

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Norvegia settentrionale, autunno: le renne si radunano tra le betulle dell’isola di Arnøy, sopra il Circolo Polare Artico.

Si dice che gli antenati dei Sami siano arrivati nella regione appena dopo la fine dell’Era glaciale, circa novemila anni fa.

Durante i mesi estivi, i pastori Sami stringono in cerchio le loro renne sulle vette delle montagne di Arnøy, e le preparano alla migrazione verso le pianure della tundra.

Durante i mesi invernali, lo strato di neve della tundra è sottile, e quindi il muschio di cui si cibano le renne si trova facilmente.

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Per raggiungere la terraferma, il branco deve nuotare nel fiordo di Kågsundet. Prima della traversata, il branco viene chiuso in un recinto, per legare i piccoli alle loro madri.

Tradizionalmente i Sami erano nomadi o semi-nomadi; il loro stile di vita è legato strettamente all’allevamento delle renne, alla caccia e alla pesca. Come molti popoli indigeni, recentemente i pastori di renne Sami hanno perso larghe porzioni delle terre da pascolo a causa di dighe, miniere, turismo e altri progetti di “sviluppo”.

Oggi, solo una minoranza continua a migrare stagionalmente. Molti pastori si aiutano con motoslitte e barche, dice Sophie Grig, campaigner di Survival International. Ma le loro terre e le renne rimangono centrali per la loro identità.

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Un segno a penna aiuta gli allevatori a identificare i proprietari degli animali più giovani; in seguito, vengono eseguite la marchiatura delle orecchie, i controlli medici e le vaccinazioni.

La marchiatura deve avvenire prima che il branco attraversi a nuoto il fiume; quando raggiungono la terra ferma, infatti, molti cuccioli si sono già separati dalle rispettive madri.

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Il branco può contare dai 3.000 ai 5.000 individui; ci vuole un’intera settimana per far nuotare tutte le renne tra Arnøy e Kågen.

La migrazione avviene per passi successivi: in quest’immagine si vede la “testa” del branco entrare nel fiordo.

Per noi la renna non è solo un animale… Rappresenta un intero modo di vivere, dice un pastore Sami.

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Una piccola barca segue il branco pronta ad assistere i piccoli che non hanno la forza di nuotare per tutta la distanza.

Una volta i pastori usavano ogni singola parte della renna; le corna per i bottoni, il sangue per produrre insaccati e la pelle per le scarpe da neve, che venivano poi imbottite con un’erba carice che contribuiva a tenere più caldi i piedi.

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I Sami considerano la traversata del fiordo, lunga 3 chilometri, come la parte più pericolosa della migrazione del branco.

Se un piccolo nuota nella direzione sbagliata, l’intero branco rischia di seguirlo.

Per completare la traversata occorre all’incirca mezzora.

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Un centinaio di zoccoli si fanno largo attraverso le acque gelate del fiordo, con le scure montagne di Uløya che si stagliano all’orizzonte.

La storia dei Sami è la storia dell’adattamento dell’uomo al clima e alla natura dell’Artico, dice Lars-Anders Baer, allevatore e Presidente del Parlamento dei Sami in Svezia. Secondo i Sami, uomo e natura sono una cosa unica e inscindibile.

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Il branco rimane sulla terraferma fino alla fine di aprile o all’inizio di maggio, quando la migrazione si ripete in senso opposto, e la vegetazione dell’altopiano può riposare.

Una volta tornate sull’isola di Arnøy, le renne si nutrono di funghi, foglie ed erba.

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Berit Logje Siri osserva le renne mentre attraversano il fiordo.

L’industrializzazione del Sápmi, l’assimilazione dei Sami e lo scarso riconoscimento da parte del governo norvegese dei diritti territoriali dei Sami hanno avuto un impatto enorme sui branchi.

Per molti allevatori Sami, tuttavia, il tempo è scandito ancora oggi dalle migrazioni stagionali delle loro renne.

La mia gente vive con le renne da millenni, spiega un allevatore Sami. Siamo strettamente interconnessi. Si può dire che le nostre anime si toccano, o meglio ancora, che sono una cosa sola.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/renne#1

I custodi delle foreste

Lei respira, anche se non te ne accorgi, dice Davi Kopenawa Yanomami a proposito della casa del suo popolo, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana.

I popoli tribali hanno vissuto in equilibrio con le loro foreste per millenni. Ne sono i custodi originari – e ancora oggi i migliori.

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‘Amiamo la foresta come amiamo i nostri corpi,’ afferma il popolo dei “Pigmei” che vive nelle fitte foreste dell’Africa centrale e occidentale.

Ogni gruppo – i Twa, gli Aka, i Ba’Aka e i Mbuti – è un popolo distinto, dotato di una sua lingua, ma tutti hanno una parola che li accomuna:jengi, ovvero spirito della foresta.

I “Pigmei” si arrampicano su alberi altissimi alla ricerca di miele e sanno imitare gli animali così bene da riprodurre perfettamente il verso di un’antilope in difficoltà per indurne un’altra a uscire dal sottobosco.

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Nel corso degli ultimi anni, la terra natale dei “Pigmei” è stata devastata dal taglio del legname, dalla guerra e dall’invasione degli agricoltori.

Molti progetti di conservazione finalizzati alla creazione di riserve naturali negano i diritti territoriali dei popoli tribali, che sono sfrattati e confinati ai margini delle loro terre. I “Pigmei” Batwa sono stati allontanati con la forza dalla foresta ugandese di Brindi con il pretesto di proteggere i gorilla di montagna.

L’estromissione dei popoli indigeni dalle zone protette è una variante del furto di terra e si sta rapidamente configurando come uno dei problemi più grandi cui i popoli indigeni si devono confrontare oggi, ha dichiarato Stephen Corry di Survival International.

I miei antenati sono vissuti tutti su queste terre, spiega un uomo Batwa. A causa degli sfratti, oggi siamo tutti dispersi.

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Cacciatori Penan nell’antica foresta pluviale del Sarawak, nel Borneo – una delle foreste biologicamente più ricche della terra.

I Penan hanno vissuto a lungo in armonia con le loro foreste e i suoi grandi alberi, con le orchidee rare e i fiumi impetuosi.

Fino agli anni ’60, tutti i Penan vivevano come nomadi, spostando di frequente i loro accampamenti in cerca di cinghiali e seguendo i cicli di maturazione degli alberi da frutto e della palma da sago selvatica.

Oggi, la maggior parte dei 10-12.000 Penan sopravvissuti è sedentarizzata in comunità sulle rive dei corsi d’acqua, anche se alcuni conducono ancora una vita largamente nomade.

La terra è sacra, dicono. Appartiene ai tanti che sono morti, a color che vivono oggi e alle moltitudini che devono ancora nascere.

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I Penan chiamano la foresta okoo bu’un; il luogo delle loro origini.

Le foreste pluviali dei Penan sono state disboscate a partire dai primi anni ’70 per aprire le porte al taglio del legname, a piantagioni di palma da olio, gasdotti e dighe idroelettriche, spiega Sophie Grig di Survival International

Le vallate dalle pareti scoscese che un tempo risuonavano del canto degli uccelli, oggi rimbombano del frastuono dei camion e degli alberi che cadono.

Le strade ricoperte di segatura rossastra conducono i bulldozer nelle profondità della foresta.

È duro per noi guardare la terra rossa, dicono i Penan.

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Per i conquistatori, i coloni e le imprese, l’Amazzonia – la foresta pluviale più grande del mondo – è sempre stata sinonimo di potere e guadagno.

Per 1 milione di Indiani significa semplicemente casa.

Noi Indiani siamo nati qui, noi viviamo, lavoriamo e moriremo qui, ha dichiarato un Indiano Harakmbut del Perù.

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Dalla profondità di una delle regioni più remote dell’Amazzonia brasiliana, un gruppo di Indiani incontattati osserva un aeroplano.

Nel mondo vivono oltre 100 tribù incontattate: popoli che non hanno contatti pacifici con nessun altro.

Di loro sappiamo molto poco. Ma una cosa è certa: vogliono essere lasciati soli! È una loro scelta – e un loro diritto.

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Conosciamo bene la nostra foresta, dice Davi Kopenawa. E non potrebbe essere diversamente: il popolo degli Yanomami vi ha vissuto per migliaia di anni.

La loro conoscenza botanica è straordinaria. Le fionde dei bambini sono fatte di spago di Yucca filamentosa, per le aste delle frecce usano gli steli dell’Erba della Pampa ed estraggono il sale dalle ceneri del grande albero Taurari.

Gli Yanomami pensano e parlano con lo spirito della foresta, dice Davi.

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Negli ultimi decenni gli Yanomami hanno sofferto profondamente.

Negli anni ’80, più di 1.000 cercatori d’oro invasero il loro territorio provocando la morte di circa un quinto della popolazione, infettata dal morbillo e altre malattie verso cui non aveva difese immunitarie.

La campagna condotta da Survival International portò alla creazione del Parco Yanomami nel 1992. Tuttavia, le minacce persistono. Nella foresta ci sono ancora gruppi di cercatori d’oro illegali e gli allevatori di bestiame stanno deforestando il margine occidentale della loro terra,spiega Fiona Watson di Survival International.

Non potete sradicarci e spostarci in un’altra terra, afferma Davi Kopenawa. Noi non esistiamo fuori dalla foresta. Noi le apparteniamo.

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Nel cuore del Brasile meridionale, nello stato del Mato Grosso do Sul, i bambini Enawene Nawe si tuffano in un fiume ricco di tannini.

Gli Enawene Nawe sono abili pescatori; gli uomini trascorrono fino a quattro mesi nel cuore della foresta, per affumicare il pesce catturato con intricate dighe di legno e poi mandarlo al villaggio in canoa.

Tutta questa terra appartiene agli yakairiti, che sono i proprietari delle risorse naturali, dicono.

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Era bello qui, ricorda un uomo Enawene Nawe.

La diga Telegráfica è una delle tante in costruzione sul fiume Juruena. Sta uccidendo il pesce da cui dipende la sopravvivenza degli Enawene Nawe.

La tribù non è stata consultata sul progetto.

Se esaurirete tutta la terra e il pesce, gli yakairiti si vendicheranno e uccideranno gli Enawene Nawe, ammonisce un uomo della comunità.

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Un uomo Guarani sta ritto lungo una strada polverosa, le braccia distese e un sonaglio mbaraka nella mano sinistra.

La deforestazione del Mato Grosso do Sul ha costretto molti Guarani – i proprietari originari della foresta – a vivere ammassati in minuscoli appezzamenti di terra.

Sono andati perduti quasi tutti gli orti dove piantavano manioca e granoturco; e hanno perso la libertà di cacciare selvaggina. Sono circondati da allevamenti di bestiame, campi di soia e piantagioni di canna da zucchero.

La perdita della terra ha avuto un profondo impatto sul popolo guarani. Siamo spiritualmente svuotati, dice un uomo.

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In tutto il mondo, i popoli tribali delle foreste pensano che le loro case richiedano molto più rispetto.

Ma le foreste continuano ad essere sfregiate, abbattute e scavate alla ricerca di minerali preziosi.

Mentre gli alberi cadono e si alzano nuvole di fumo, le comunità indigene vengono illegalmente sfrattate dalle loro terre natali.

Uno dei modi più semplici di preservare le foreste pluviali del mondo è di garantire i diritti dei popoli tribali che vi vivono.

Noi, i popoli indigeni, non abbiamo dimenticato che l’uomo è parte della natura, dichiara Davi Kopenawa. Se feriamo la natura, feriamo anche noi stessi. Noi sappiamo come proteggere le foreste. Restituitecele prima che muoiano.

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Gli alberi hanno un significato e uno scopo speciale per tutti gli esseri viventi.
In cambio, chiedono di essere trattati con gentilezza e rispetto.
Ci dimenticheremo della gentilezza che loro hanno usato nei nostri confronti?
Ignoreremo il rispetto che è loro dovuto?
Raderemo al suolo, nel senso quasi letterale del termine, la lealtà che ci dimostrano?

Mike Koostachin, Cree, Canada.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/popoli-delle-foreste#1

Siamo qui per i nostri figli

In ogni continente, dalle verdi profondità del bacino amazzonico fino alle distese ghiacciate della tundra artica, le comunità tribali trasmettono ai loro bambini le abilità e i valori che hanno garantito la sopravvivenza dei loro popoli per generazioni.

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In Malesia, i bambini Penan aiutano a costruire le abitazioni utilizzando alberi giovani e foglie di palma gigante; sotto la superficie azzurro-verde del mare delle Andamane, i bambini Moken imparano a catturare dugonghi, granchi e cetrioli di mare con lunghe fiocine; in Mongolia, i bambini Tsaatan apprendono le antiche tecniche di pascolo dai loro genitori radunando le renne nelle praterie.

I bambini indigeni sono gli eredi dei loro territori, di lingue e visioni del mondo uniche; sono i depositari umani della conoscenza degli antenati. Crescono in comunità dove la solidarietà di gruppo è cruciale per la sopravvivenza, e gli viene quindi insegnato che l’esperienza della vita riguarda la sfera del “noi”, non quella dell’“io”, e che può perpetuarsi solo mantenendo l’equilibrio con la natura, senza distruggerla.

Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, molti bambini tribali hanno sperimentato espropriazioni, malattie e disperazione dovute al furto della loro terra, all’assimilazione forzata nella società dominante e a progetti di “sviluppo” devastanti. Se le loro terre natali continueranno a essere minacciate da distruttive forze esterne; se non saremo in grado di garantire più rispetto ai loro valori e ai loro stili di vita, l’infanzia dei bambini indigeni sarà traumatica e il loro futuro incerto.

Non siamo qui per noi stessi, ha dichiarato Roy Sesana, un Boscimane Gana del Botswana. Siamo qui per i nostri figli, e per i figli dei nostri nipoti.

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Sono cresciuto come un cacciatore, dice Roy Sesana. Non so leggere i libri. Ma so come leggere la terra e gli animali. Tutti i nostri bambini sanno farlo.

I Boscimani sono gli abitanti originari dell’Africa meridionale. Nel corso di migliaia di anni, hanno sviluppato tecniche di caccia efficaci che hanno permesso loro di soddisfare tutti i bisogni della comunità senza distruggere l’ambiente circostante.

I bambini si allenano a cacciare ratti e piccoli uccelli con arco e frecce in miniatura e imparano a catturare le lepri e a fabbricare coperte con pelli d’antilope. Dai cinque anni in su, le bambine aiutano le madri a raccogliere piante, bacche e tuberi. Ai bambini insegnano a crescere coraggiosi e umili allo stesso tempo, ad ammirare la generosità e detestare l’egoismo.

Oggi, tuttavia, dopo gli sfratti forzati dai loro territori ancestrali, dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR), molti bambini boscimani vivono in squallidi campi di reinsediamento, da loro stessi descritti come “luoghi di morte”. Nei campi dilaga l’AIDS e l’impossibilità di praticare la caccia e celebrare gli antichi rituali ha alimentato depressione e alcolismo. Ci sentiamo come briciole di spazzatura gettate nel bidone dell’immondiziaspiega un Boscimane.

Se ai Boscimani non sarà permesso di tornare al più presto a casa, i loro figli non erediteranno lo straordinario stile di vita dei loro bisnonni, bensì dipendenza, disperazione e cattiva salute. Un passo importante verso il loro completo ritorno alle terre ancestrali è stato compiuto di recente, quando alcuni Boscimani hanno potuto attingere nuovamente acqua dal pozzo di Mothomelo, sigillato dalle autorità nel 2002

Nella foto: ragazzi Boscimani.

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I Moken vivono nell’arcipelago di Mergui, nel mare delle Andamane.

Come altri bambini tribali, i giovani Moken imparano a “leggere” la natura attraverso l’esperienza e l’osservazione. Immergendosi sin da piccoli alla ricerca di cibo sul fondo del mare, hanno sviluppato la capacità unica di mettere a fuoco sott’acqua. “I Moken nascono, vivono e muoiono sulle loro barche, e il cordone ombelicale dei loro figli si tuffa nel mare” racconta un mito moken. Un altro suggerisce che i bambini Moken imparano a nuotare molto prima che a camminare.

Il numero dei Moken semi-nomadi è diminuito negli ultimi anni a causa delle disposizioni politiche del post-tsunami, a causa delle compagnie che effettuano prospezioni petrolifere al largo delle coste e dei governi che si spartiscono le loro terre per promuovere il turismo e la pesca industriale. Molti non hanno avuto altra scelta se non quella di stabilirsi in villaggi stanziali nell’entroterra. La perdita dei tradizionali stili di vita rende sempre più difficile per gli adulti trasmettere ai figli rituali e abilità secolari.

Questa generazione non sa più come costruire le barche, dice Hook Suriyan Katale, un uomo Moken delle isole Surin, parlando della “kabang”, la barca di legno dei Moken. Oggi sono rimaste solo tre o quattro persone a conoscere l’antica arte.

Nella foto: bambini Moken nelle isole Surin, Tailandia.

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In Etiopia, sotto un cielo plumbeo, tra i prati e gli alberi spinosi della Valle dell’Omo, un ragazzo della tribù dei Bodi trasporta la sua capra.

Le tribù che vivono lungo il tratto inferiore del fiume Omo hanno sviluppato tecniche agricole sofisticate, perfettamente adattate ai cicli naturali delle piene del fiume. Utilizzano il fertile humus che si deposita sulle rive quando le acque si ritirano per crescervi una grande varietà di colture. Le bambine aiutano a coltivare alimenti di base come sorgo, mais e zucche, mentre i maschi si occupano sin da piccoli del bestiame, e dedicano poemi alle loro mucche preferite.

Il fiume che garantisce loro la sopravvivenza è oggi minacciato da progetti di sviluppo varati dal governo, tra cui quella che potrebbe diventare la più alta diga idroelettrica dell’Africa, destinata a privare le tribù delle esondazioni che fanno crescere i loro raccolti.

La gente ha fame, ha detto un uomo della tribù dei Mursi. Non si sente cantare oggi. I bambini sono silenziosi.

Nella foto: un ragazzo Bodi, Etiopia.

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All’epoca mia madre mi portava sempre con sè nella foresta a pescare con il timbó e a cercare granchi e frutti selvatici racconta Davi Kopenawa, portavoce degli Yanomami del Brasile. È così che sono cresciuto.

I ragazzi yanomami imparano a “leggere” le orme degli animali, a usare la linfa delle piante come veleno e ad arrampicarsi sugli alberi legando insieme i piedi con liane di vite; le ragazze aiutano le madri a coltivare manioca negli orti, a trasportare acqua dai fiumi e a cucinare nello “yano” comunitario. A tutti i bambini insegnano che condividere è un principio fondamentale della vita sociale e le decisioni comunitarie sono prese per consenso.

Oggi, centinaia di cercatori d’oro stanno lavorando illegalmente nella terra yanomami, diffondendo la malaria e inquinando i fiumi e la foresta con il mercurio. Davi Kopenwa sta combattendo per i diritti del suo popolo; la sua speranza è quella che i bambini yanomami possano crescere immuni da malattie esterne, in una foresta libera dall’inquinamento industriale

Voglio che possano vedere le stelle, ma non attraverso lo smog industriale, ha dichiarato. Voglio che possano bere l’acqua dei torrenti senza rischiare di ammalarsi e che al mattino si risveglino col canto del piha invece che con il rumore delle pompe dei motori dei minatori.

Nella foto: ragazzo Yanomami.

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La foresta pluviale del Sarawak è una delle più ricche in biodiversità di tutta la terra, ed è la dimora del popolo dei Penan.

I Penan hanno vissuto a lungo in armonia con la loro foresta e le sue orchidee rare, con i fiumi impetuosi e i fitti intrecci di grotte calcaree.Siamo nati per vivere nella foresta, dicono. E in effetti la foresta è la loro casa, la loro storia, il loro supermercato e la loro farmacia.

Dal 1970, tuttavia, le loro terre ancestrali sono state spianate dai bulldozer e date alle fiamme per aprire la via al disboscamento, alle piantagioni di palma da olio e alla costruzione di dighe idroelettriche. Le ripide valli che un tempo risuonavano del canto degli uccelli e del frinire delle cicale, oggi rimbombano per il rumore dei camion e degli alberi che cadono. Le foreste sono disboscate a un ritmo che è due volte più alto di quello dell’Amazzonia.

Lo stile di vita dei Penan è in erosione; fino agli anni ‘60 quasi tutti i Penan vivevano come nomadi, spostando frequentemente il campo in cerca di cinghiali, alberi da frutto e palme da sago. Oggi, molti dei 10-12.000 Penan sopravvissuti si sono stabiliti in comunità stanziali sulle rive dei fiumi dove la malnutrizione, le malattie e l’analfabetismo sono permanenti; tuttavia la foresta pluviale resta per loro di importanza vitale, sia che si tratti di comunità stanziali oppure di nomadi.

A meno che il governo malese non si decida a mettere un freno a tutti i progetti varati senza il consenso delle tribù, i figli dei Penan dovranno confrontarsi con un miserabile futuro.

Nella foto: una bambina Penan, Sarawak, Malesia.

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Per i Guarani del Brasile, la terra è un dono prezioso del “grande padre” Ñande Ru.

Tuttavia, la deforestazione ininterrotta del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale, ha trasformato le loro terre ancestrali in aride distese senza alberi occupate da allevamenti di bestiame, campi di soia e piantagioni di canna da zucchero.

Oggi, molti Guarani vivono in condizioni spaventose in riserve sovraffollate o accampamenti di fortuna ai margini delle strade. Negli ultimi cento anni hanno perso quasi tutta la loro foresta e, non avendo sufficiente terra da coltivare, i loro figli soffrono di malnutrizione. Secondo un rapporto del 2008, nei soli cinque anni precedenti sono morti di fame almeno 80 bambini.

Molti bambini soffrono, ha detto un operatore sanitario guarani. Voglio che i bambini stiano come stavano prima, quando andava tutto bene.Ma i Guarani potranno ricominciare davvero a vivere solo quando il governo brasiliano avrà messo fine alla totale distruzione della loro terra.

Nella foto: bambini Guarani, Brasile.

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Si muovono attraverso la foresta pluviale amazzonica di notte, portando con sé torce di resina. Sono il popolo degli Awá, una delle sole due tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi rimaste in Brasile.

Oggi gli Awá sono sempre più minacciati dai taglialegna, dai coloni e dagli allevatori di bestiame. Le mappe satellitari mostrano che oltre il 30% della foresta pluviale che ammantava uno dei loro territori è stato distrutto.

Poiché dipendono ancora dalla foresta per ogni aspetto della loro vita – per il cibo, la casa e il benessere – il futuro dei loro figli è seriamente messo a rischio dalla distruzione delle loro terre natali. I taglialegna abbattono gli alberi e tutta la selvaggina scappa, ha denunciato un uomo Awá. Senza la foresta non siamo nessuno e non abbiamo possibilità di sopravvivere.

Nella foto: un bambino Awá-Guajá con la sua scimmietta, Brasile.

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Il Canada nord-orientale è un’estensione di tundra, laghi e foreste subartiche. Fino alla seconda metà del XX secolo, gli Innu vi hanno vissuto come cacciatori-raccoglitori, basando il loro sostentamento principalmente sulle mandrie di caribù che migrano attraverso la loro terra in primavera e autunno.

Negli anni ’50 e ’60, tuttavia, il governo canadese e la Chiesa Cattolica hanno ammassato gli Innu in comunità stanziali. Lo sfratto dal luogo che loro chiamano “Nitassinan”, la loro terra, ha determinato disoccupazione, problemi di salute cronica come il diabete, e livelli record di suicidi e inalazione di benzina tra i bambini.

Alla richiesta di descrivere come si cresce negli insediamenti, i giovani Innu rispondono sempre, invariabilmente: Ci fa vergognare di essere Innu.

Nella foto: bambini Innu, Davis Inlet, Canada.

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Essere un Dongria Kondh significa vivere sulle montagne di Niyamgiri, nello stato indiano di Orissa. Appartenere alla compagnia britannica Vedanta Resources significa invece mirare allo sfruttamento commerciale di un deposito di bauxite del valore di 2 miliardi di dollari che si trova proprio sotto la montagna che i Dongria venerano come un dio.

Niyamgiri è sempre stata fonte di nutrimento fisico e spirituale per i Dongria. Perdere le loro terre a causa di una miniera a cielo aperto significherebbe perdere i loro mezzi di sostentamento e la loro unica identità di popolo, perché l’estrazione mineraria finirebbe con il distruggere le loro foreste e alterare il corso dei loro fiumi. Siamo il popolo della montagna. Se dovessero portarci altrove, moriremo.

Nell’ottobre 2010 il governo indiano si è rifiutato di rilasciare l’autorizzazione finale per l’apertura della miniera; ma Vedanta spera di poter ribaltare la sentenza con un ricorso in appello.

Dove potremmo andare noi bambini? Come potremmo sopravvivere? ha chiesto un giovane Dongria Kondh pensando alla minaccia di dover lasciare la sua casa. No, non la cederemo. Non cederemo mai la nostra montagna!

Nella foto: un ragazzo Dongria Kondh, Orissa, India.

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La maggior parte dei popoli tribali ha una visione della vita a lungo termine; nel prendere le decisioni quotidiane tiene conto della salute futura dell’ambiente e del benessere delle generazioni successive.

Se vogliamo proteggere le vite dei bambini tribali dall’oppressione, dallo sfruttamento e dal razzismo, i governi e le società che oggi violano i loro diritti devono adottare modalità di pensiero parimenti sostenibili e guardare ben oltre l’immediato tornaconto politico e commerciale.

I successi recenti – la riapertura del pozzo d’acqua dei Boscimani in Botswana, per esempio, e la vittoria dei Dongria Kondh sulla Vedanta in India – dimostrano che le questioni tribali sono sempre più dibattute nelle arene politiche e culturali. Ma resta molta strada da fare. Le tribù sono ancora vulnerabili, soprattutto perché le loro terre restano altamente ambite. Hanno urgente bisogno che le persone di tutto il mondo si uniscano al movimento di Survival e sostengano la sua strenua lotta a farli riconoscere come uguali.

I popoli indigeni vogliono un mondo in cui i bambini siano liberi di vivere sulle loro terre secondo uno stile di vita liberamente scelto. E questo processo può cominciare solo con il riconoscimento di due diritti umani fondamentali: quelli alla terra e all’autodeterminazione.

Non pensate sempre a voi stessi o Capi,
e nemmeno alla vostra sola generazione.
Pensate alle generazioni che verranno,
ai nostri nipoti
a coloro che non sono ancora nati,
e i cui volti stanno per sorgere dalla terra.

Pacificatore, Confederazione degli Irochesi, USA

Nella foto: bambini Aborigeni, Pitjantjatjara, Australia.

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/bambini#11c

Yabomami dell’Amazzonia Brasiliana

Per gli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana, lo spirito del mondo è parte fondamentale della vita.

Tuttavia, oggi la tribù deve affrontare gravi problemi: gli sciamani non sono in grado di curare le malattie portate dai minatori e dagli allevatori, e la frangia orientale della loro foresta viene distrutta.

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Gli Yanomami del Brasile e del Venezuela sono una delle più grandi tribù relativamente isolate del Sud America. Il loro territorio si estende per 9,6 milioni di ettari in Brasile e 8,2 milioni di ettari in Venezuela. La loro terra è stata demarcata a seguito di una lunga campagna guidata dal portavoce yanomami Davi Kopenawa, dal movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni Survival e dalla ONG Pro Yanomami Commission.

Oggi, però, gli Yanomami devono affrontare ancora molti problemi: centinaia di minatori, soprattutto in Venezuela, lavorano illegalmente nelle loro terre, mentre i coloni e gli agricoltori hanno invaso il confine esterno del territorio yanomami in Brasile. Gli invasori trasmettono alla tribù malattie mortali come la malaria. I membri incontattati sono particolarmente vulnerabili alle malattie portate dall’esterno: a seguito del contatto, in passato, interi popoli isolati sono stati velocemente uccisi dai virus.

Gli Yanomami sono i migliori conservazionisti della loro area di foresta amazzonica, che dalla parte venezuelana del confine è la seconda biosfera al mondo per grandezza; oggi, però, il loro territorio viene deforestato e inquinato con il mercurio.

Inoltre, il Congresso brasiliano ha attualmente in discussione un progetto di legge che, se approvato, aprirà i territori indigeni, come quello yanomami, ad attività minerarie su larga scala.

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Gli sciamani yanomami ricoprono ruoli diversi. Sono di volta in volta guaritori, sacerdoti, custodi dei riti sacri dei loro popoli, divinatori del tempo, cosmologi, interpreti dei sogni e depositari delle conoscenze botaniche. Gli sciamani yanomami (xapiripë thëpë) sono guidati dagli spiriti (xapiripë) e dalla saggezza degli antenati.

Lo sciamano Yanomami Davi Kopenawa ha scritto insieme all’antropologo Bruce Albert un libro straordinario, “The falling Sky” (La caduta del cielo); leggi la recensione del Direttore generale di Survival, Stephen Corry (in inglese).

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Sono uno sciamano della foresta e lavoro con le forze della natura, non con quelle del denaro o delle armi, dice Davi.

La nostra saggezza è differente. La nostra conoscenza è una conoscenza diversa.

La saggezza dei nostri spiriti sciamanici, la saggezza della Terra, è molto importante per la sopravvivenza di tutta l’umanità.

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Con sogni e trance, gli sciamani yanomami trascendono i confini fisici dei loro corpi e i limiti della coscienza umana per comunicare con glixapiripë.

Gli Yanomami imparano dai grandi spiriti, gli xapiripë. Impariamo come riconoscerli, come vederli e come ascoltarli. Solo coloro che conoscono gli xapiripë possono vederli, perché hanno le sembianze di esseri umani ma sono piccoli come granelli di polvere scintillanti.

I loro canti sono potenti, e i loro pensieri diretti.

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Per entrare in trance, gli sciamani yanomami usano la polvere yakoana, estratta dalla corteccia della virola. Inalano la polvere con una lunga canna detta horoma ricavata dallo stelo di una palma. È così che induciamo gli spiriti a danzare, spiega Davi.

Ci sono molti, moltissimi xapiripë, non pochi, ma migliaia, come le stelle. Alcuni vivono in cielo, altri sottoterra e altri ancora sulle cime delle montagne ricoperte di foreste e di fiori. Noi chiamiamo questi luoghi sacri ‘hutu pata’.

Quando il sole è alto nel cielo, gli xapiripë dormono. Al tramonto cominciano ad apparire.

Quando noi dormiamo, loro danzano.

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Davi ha visto gli xapiripë per la prima volta quando era un bambino, e ha continuato a vederli durante il sonno anche da adulto. Una volta cresciuto, ha chiesto di essere iniziato come sciamano.

Quando inali per la prima volta la polvere prodotta dall’albero della ‘yakoana’, gli spiriti xapiripë iniziano a radunarsi attorno a te.

Prima senti i loro canti di felicità in lontananza, lievi come il ronzio delle zanzare. Poi, quando gli occhi cominciano a chiudersi, riesci a vedere anche le loro luci scintillanti arrivare nel cielo da ogni direzione e vibrare nell’aria.

Gradualmente gli spiriti si rivelano, andando avanti e indietro con lentissimi passi di danza.

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Gli xapiripë discendono fino a noi lungo fili sottili come le ragnatele.

Sono belli, dipinti di colori brillanti e urucum (annatto).

Hanno bracciali di penne di macao e pappagallo. Ballano molto bene, e cantano in modo diverso. Ci sono vari canti: il canto del macao, quello del pappagallo, del tapiro, della tartaruga e dell’aquila.

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Gli xapiripë danzano per gli sciamani sin dalla notte dei tempi, e continuano a farlo ancora oggi.

Hanno il capo cosparso di piumini di falco bianco, indossano fasce nere di coda di scimmia e orecchini di piume di cotinga turchesi.

Ballano in cerchio, lentamente.

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Secondo gli Yanomami, ogni persona ha una sua “immagine-essenza”, un doppio chiamato utupë, al quale si rimane legati fino alla morte.

Un utupë può assumere le sembianze di creature diverse tra cui un uccello, un mammifero o un insetto. Ci sono anche spiriti degli alberi, delle cascate e del miele selvatico.

Gli spiriti arrivarono uno alla volta. Gli spiriti del tucano arrivarono con i loro grandi bastoncini nelle orecchie e i perizomi rossi e brillanti, descrive Davi. Arrivò il popolo dei colibrì e poi volò tutto intorno. C’erano gli spiriti della rana moka con faretre di frecce sulla schiena. Poi vennero gli spiriti del pecari, il popolo pipistrello e gli spiriti della cascata.

La mia anima cominciò a risplendere.

Arrivarono tutti e appesero le loro amache nel mio petto.

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Gli sciamani yanomami invocano l’aiuto degli xapiripë per curare le malattie e utilizzano diverse piante medicinali per curare febbri, mal di stomaco, dolori muscolari e altri disturbi. Per diagnosticare e individuare le malattie ci vogliono anni di esperienza sciamanica.

In genere, ogni malattia ha la sua cura, ad eccezione di quelle importate dagli stranieri, verso cui gli Yanomami non hanno difese immunitarie.

Se non fosse stato per gli xapiripë, noi non saremmo più vivi. Gli spiriti maligni ci avrebbero divorato molto tempo fa. Loro conoscono le malattie che ci affliggono e le cacciano via, nel mondo sotterraneo.

E così facendo, ci curano.

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Comunicando con gli xapiripë e controllandoli, gli sciamani yanomami non solo proteggono le loro comunità, ma si prendono anche cura del resto del mondo. Davi crede che per controllare il pianeta occorrano molti sciamani potenti.

Noi, gli sciamani, lavoriamo anche per voi, i Bianchi, sottolinea Davi. I nostri sciamani sanno che il pianeta sta cambiando. Noi conosciamo lo stato di salute dell’Amazzonia. Sappiamo che è pericoloso abusare della natura, e che quando distruggi la foresta, recidi le arterie del futuro e la forza del mondo viene meno.

Il cielo è pieno di fumo perché hanno bruciato e tagliato la foresta. La pioggia arriva in ritardo, il sole si comporta in modo strano. I polmoni del cielo sono inquinati. Il mondo è malato. La foresta morirà se i bianchi continueranno a distruggerla.

Dove andremo quando avremo distrutto tutto il mondo?

Quando sul pianeta ci sarà silenzio, come faremo ad imparare?

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La saggezza degli xapiripë yanomami è antica.

Abbiamo conservato le parole dei nostri antenati per lungo tempo, e continueremo a trasmetterle ai nostri figli, dice Davi.

In tal modo le parole degli spiriti non svaniranno mai.

E la loro storia non avrà fine.

Davi Kopenawa è il primo sciamano yanomami ad aver mai pubblicato un libro.

“The falling sky: Words of a Yanomami shaman” (La caduta del cielo: Parole di uno sciamano yanoamami), scritto in collaborazione con l’antropologo e amico Bruce Albert, è un racconto straordinario della sua vita: www.survival.it/film/la-caduta-del-cielo

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/impariamo-dai-grandi-spiriti#1

Laura

Tribù della valle dell’Omo

Sull’Omo è in costruzione la gigantesca diga idroelettrica Gibe III. Se completata, distruggerà un ambiente ecologicamente fragile e i mezzi di sussistenza delle tribù che vivono lungo il fiume e dipendono dai cicli stagionali delle sue esondazioni.

abyssiniacf000203-3-web_gallery_largeI Bodi credono in un dio celeste chiamato Tuma, che porta la pioggia e costituisce la forza vitale di tutte le creature.

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Le tradizioni orali sono condivise con i bambini fin dalla tenera età. La storia della creazione della tribù racconta di antenati emersi strisciando da un buco nella terra vicino al fiume Omo.

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“Le capre hanno un grande valore per noi, e sono rispettati membri della tribù. Ci danno abiti e cibo.”

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Le donne Arbore sono famose per le loro lunghe capigliature. Le ragazze si rasano la testa per indicare la loro virginità, e iniziano a far crescere i capelli solo dopo il matrimonio.

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I Karo sono considerati una delle tribù più minacciate della valle dell’Omo. La loro popolazione conta oggi solo 1.500 persone.

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I Karo vivono a est del fiume Omo e in passato le loro terre sono state più volte razziate dai Nyangatom, che vivono sull’altra sponda.

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Bona è un leader molto rispettato del villaggio di Labaltoy. Nella cultura degli Hamer, il nome Bona viene assegnato a cani o altri animali aggressivi. Non è un nome comune per un uomo. Quand’era giovane, Bona diede segni molto evidenti di forza e aggressività inducendo la madre a chiamarlo così.

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Gli abiti degli Hamer sono fatti di pelle di capra, conciata ed essiccata al sole. Negli ultimi anni, hanno cominciato a decorarli anche con perline colorate.

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“Non perderò la mia cultura. Non la lascerò mai. Anche se mi daranno degli abiti, resterò sempre un Mursi.”

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/valle-omo#1 

Laura

Moken

I Moken sono un popolo austronesiano semi-nomade. Vivono nell’arcipelago di Mergui, un gruppo di circa 800 isole nel mare delle Andamane, rivendicato sia dalla Birmania sia dalla Tailandia.

Si pensa che i Moken siano emigrati in Tailandia, Birmania e Malesia dalla Cina meridionale circa 4.000 anni fa. Tradizionalmente trascorrevano la maggior parte dell’anno su imbarcazioni di legno costruite a mano chiamate kabang, spostandosi tra le isole in piccole flotte a seconda delle necessità: il sostentamento, i venti, la sicurezza e le malattie. Sino ad oggi, hanno sempre rifiutato il possesso di beni materiali e la tecnologia proveniente dall’esterno.

Da maggio a ottobre, quando il monsone sud-occidentale porta piogge intense e mareggiate, trascorrevano molto tempo su palafitte temporanee costruite nel versante orientale delle isole, al riparo dalle tempeste – e le famiglie semi-nomadi continuano a farlo ancora oggi.

Il loro stile di vita non riconosce i confini nazionali e oggi è gravemente minacciato. Nonostante siano un popolo pacifico, sono stati spesso perseguitati dai governi birmano e tailandese che, preoccupati per il loro nomadismo transnazionale, hanno cercato di sedentarizzarli permanentemente all’interno dei parchi nazionali.

Negli ultimi anni, il numero delle famiglie semi-nomadi è diminuito a causa di interventi politici e regolamentazioni del dopo-tsunami. Le compagnie trivellano petrolio al largo mentre i governi riducono sempre più i loro territori per promuovere lo sviluppo del turismo e della pesca industriale. “Le grandi imbarcazioni arrivano e si prendono tutto il pesce. Cosa faranno quando avranno svuotato l’intero oceano?” ha dichiarato Hook Suriyan Katale al produttore cinematografico Runar J. Wiik, che ha istituito il sito internet Moken Projects per denunciare la situazione. Molti Moken sopravvivono oggi in “villaggi” stanziali fatti di capanne di bambù, vendendo souvenir o lavorando come barcaioli, giardinieri e spazzini per l’industria del turismo.

Un piccolo numero di famiglie continua tuttavia a navigare sulle kabang nelle acque turchesi dell’arcipelago di Mergui per sette o otto mesi all’anno. “L’oceano è tutto il nostro universo” sostiene Hook Suriyan Katale.

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Tutto succede in mare. Non siamo legati a nessuna terra in particolare. Ovunque andiamo, lo facciamo con le nostre barche.”  (Hook Suriyan Katale, un uomo Moken delle isole Surin.)

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La kabang di Pe Tat, che è aperta su entrambi i lati, è ormeggiata vicino agli scogli di granito delle Isole Surin.

La kabang tradizionale dei Moken è fatta di legno, canne di bambù e funi di rattan. Lo scafo è scavato, la poppa biforcuta e il tetto ricoperto di foglie di palma essicate. Tra i pochi alberi adatti alla costruzione delle kabang c’è il rakam (salacca), una palma fibrosa che si dilata quando è bagnata. Le foglie di pandanus raccolte nella foresta servono a intrecciare stuoie, cesti e scatole.

Secondo la leggenda della creazione dei Moken raccontata dall’antropologo Jacques Ivanoff, una regina dell’isola ancestrale, Sibian, decretò che la kabang rappresentasse il corpo umano, con la bocca che mangia (okang makan) in prua e il retro che defeca in poppa (butut mae).

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Pe Tat costruisce un nuovo tetto di foglie di palma per la kabang della sua famiglia. Prima di tagliare l’albero si chiede il permesso degli spiriti.

Un proverbio moken cita: “Se il vostro giovane uomo è in grado di costruire una barca, fare i remi o le vele, se sa come usare l’asta per arpionare le tartarughe, allora gli darò mia figlia. Altrimenti non la lascerò mai andare via”.

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Insegnare la saggezza tradizionale ai figli garantisce il mantenimento del loro stile di vita.

Le pressioni dall’esterno, tuttavia, stanno rendendo sempre più difficile trasmettere secoli di rituali e abilità.

“Questa generazione non sa più come costruire le kabang” commenta Hook Suriyan Katale. “Oggi, a conoscere l’antica tecnica sono rimaste solo due o tre persone”.

Nei parchi nazionali sono state introdotte anche restrizioni sulla raccolta del legno.

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La straordinaria conoscenza che i Moken hanno del mare, dei venti e delle fasi lunari non è mai stata scritta. La loro è una storia tutta orale ricca di miti, leggende e canti; i bambini imparano a “leggere” la natura attraverso l’osservazione e l’esperienza.

Un mito racconta della la-boon, ovvero “l’onda che mangia la gente” invocata dagli spiriti ancestrali quando sono in collera. La leggenda vuole che appena prima dell’arrivo della la-boon il mare si ritiri.

Nel dicembre 2004, quando il mare si ritirò prima dello tsunami lasciando le kabang incagliate sulla barriera corallina, gli anziani di un villaggio moken della Tailandia riconobbero i funesti presagi e condussero la loro comunità e i turisti in salvo sopra un’altura.

“I Moken vivono vicini alla natura” commenta Narumon Arunotai, un ricercatore della Chulalongkorn University a Bangkok. “Le loro vite dipendono e ruotano intorno a lei, pertanto hanno sviluppato un istinto acuto e vigile verso il pericolo. Abbiamo molto da imparare dalla loro saggezza e dalla loro conoscenza…”.

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Si pensa che i bambini Moken imparino a nuotare prima che a camminare.

Un recente studio scientifico condotto dalla Lund University in Svezia ha dimostrato che la vista dei bambini moken è del 50% più potente di quella dei bambini europei. Per centinaia di anni hanno sviluppato la straordinaria abilità di mettere a fuoco sott’acqua andando alla ricerca di cibo sul fondo del mare. “Utilizzano la vista al limite dell’umanamente possibile” ha dichiarato la biologa Anna Gislén.

Uno degli epici racconti dei Moken narra che “I Moken nascono, vivono e muoiono sulle loro barche, e i cordoni ombelicali dei loro figli si tuffano nel mare”.

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“Antenati, ascoltateci! I Moken stanno per uscire in mare ad arpionare il pesce” cita un racconto moken. “Aiutateci a tornare vincitori.”

I Moken mangiano pesce, dugonghi, cetrioli di mare e crostacei, che catturano con arpioni, lance e lenze a mano. Secondo Hook Suriyan Natale, l’uso di mezzi tanto sostenibili assicura che “in mare rimarrà sempre del pesce”.

Utilizzano anche delle reti per raccogliere frutti di mare sulle rocce affioranti e nella vegetazione dei bassifondi. Prima della pesca, i Moken fanno delle offerte spirituali in segno di rispetto, usando l’asta dello spirito, o lobong, che porta impressi i volti degli spiriti protettivi.

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Sabi cattura granchi, aragoste, anguille, ricci di mare e vongole nelle pozze delle rocce e nel fango, e cerca vermi della sabbia sulla battigia.

Una parte la consuma la sua famiglia, mentre il resto viene barattato o venduto insieme ad altre cose come cetrioli di mare essiccati, perle d’ostrica, gusci di tartaruga, nidi di uccelli commestibili e stuoie di pandanus. Tradizionalmente, questi beni vengono commerciati dai taukay(intermediari) in cambio di riso, olio da cucina, reti e altri beni di uso quotidiano.

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La famiglia di Pe Tat e Sabi dipende anche da prodotti della foresta come frutta, miele e patate dolci selvatiche. Per mangiare, curarsi, costruire e alimentare il fuoco utilizzano oltre 150 specie di piante differenti.

Durante il monsone, le famiglie moken che vivono ancora in modo tradizionale coltivano riso e miglio a terra, e cacciano selvaggina come cinghiali e piccoli cervi.

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Villaggio moken su una delle Isole Surin.

Il governo tailandese ha fatto costruire case per i Moken dopo che lo tsunami del 2004 aveva distrutto molte kabang. Oggi, nel villaggio sono rimaste poche kabang tradizionali; la maggior parte delle imbarcazioni sono quelle classiche tailandesi. Lo sviluppo promosso nel dopo-tsunami ha anche diminuito la possibilità dei Moken di accedere ad aree in cui un tempo pescavano liberamente.

I Moken dell’arcipelago delle Mergui affrontano molte minacce: dal razzismo (sono considerati come “arretrati” da molti tailandesi) all’assimilazione alla cultura della società dominante. Rischiano anche di essere feriti e arrestati dalle guardie di confine birmane. Alcuni sono diventati dipendenti dall’alcool introdotto dai turisti e la diffusione di beni di consumo li sta rendendo dipendenti da un’economia da reddito.

Per i popoli tribali come i Moken, spesso la separazione dagli ambienti ancestrali e dalle tradizioni ha conseguenze catastrofiche sulla salute fisica e mentale a lungo termine. “Le famiglie che vivono nei villaggi stanziali si sentono perse” racconta Pe Tat. “Non sanno cosa fare di se stessi perché la vita che hanno sempre conosciuto non esiste più. Si annoiano, e così si danno all’alcol.”

Secondo il ricercatore Narumon Arunotai, la dipendenza ha già ucciso molti uomini lasciando alle vedove “un maggior carico di responsabilità verso gli altri membri del nucleo familiare”.

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Pe Tat, Sabi e i loro figli cenano sulla loro kabang, al chiarore della luna piena del mare delle Andamane.

Sono una delle ultime famiglie semi-nomadi che continuano a solcare le acque profonde e trasparenti delle Isole Surin.

“I Moken sono come le tartarughe” dice Pe Tat. “Abbiamo sempre vissuto tra la terra e il mare. Questo è quello che sappiamo, che siamo e a cui apparteniamo.”

L’articolo non è stato scritto da me, ma solo organizzato a scopo informativo, le informazioni e le foto sono state prese da http://www.survival.it/galleria/moken-zingari-del-mare#1

Laura